Il segretario generale del Quirinale chiama il titolare dei Beni culturali: la mozione di sfiducia è affare della Camera ROMA - Bondi scrive. Il Quirinale telefona, nella persona del segretario generale. Spiegando al ministro, sostanzialmente, che la mozione di sfiducia individuale ha un proprio corso in Parlamento, e quindi di aver sbagliato destinatario della missiva. Che era il presidente della Repubblica, al quale il titolare dei Beni culturali si è rivolto ieri mattina subito dopo aver letto su Repubblica la battuta attribuita a Fini, «ma come fa Bondi a rimanere al suo posto?». Il ministro, che nelle prossime settimane deve affrontare a Montecitorio la prova del fuoco della mozione che ne invoca le dimissioni, si risente al punto da invocare un intervento diretto di Giorgio Napolitano. «Non mi sento più garantito da Fini - si lamenta Bondi - che mescola funzione istituzionale e ruolo di leader politico, una commistione abnorme». Scenda in campo allora il capo dello Stato ad accertare i fatti e ristabilire il rispetto dei diversi ruoli istituzionali. In pratica, la testa dellodiato capo del Fli. Il portavoce del presidente della Camera interviene e precisa: Fini non ha parlato della mozione contro Bondi, il ministro avrebbe potuto accertarlo con una semplice telefonata piuttosto che mettere in mezzo il capo dello Stato. Il quale nel pomeriggio, sia pure per interposta persona del segretario generale Donato Marra, si va vivo comunque con il ministro. Il Quirinale - gli viene spiegato - è il destinatario sbagliato della protesta. Lindirizzo giusto è la conferenza dei capigruppo della Camera, dove la mozione di sfiducia individuale contro il ministro è stata già valutata, discussa e calendarizzata. Tradotto: i numeri hanno dato disco verde al voto in aula sulle sue dimissioni, Bondi eviti di gettare la croce addosso a Fini. (u.r.)