La Venere di Morgantina torna in Magna Grecia Il Getty saluta la sua statua «simbolo». Il Getty di Malibu dice addio alla sua statua «simbolo» Venere Morgantina, il grande viaggio di ritorno in patria LOS ANGELES. Stasera, dopo l'orario di chiusura, quando gli ultimi visitatori saranno usciti dalla Getty Villa e ripartiti nel tramonto di Malibu, il personale del museo rimuoverà dalle gallerie una statua alta due metri e mezzo, in marmo e travertino. La cosidetta Venere di Morgantina, splendido esemplare di scultura ellenica della Magna Grecia, verrà sezionata in tre parti, imballata e caricata su un volo «top secret» (come è prassi per i trasporti artistici eccezionali, spiegano al museo) che la riporterà a casa, cioè nel museo di Aidone in provincia di Enna, nei pressi degli scavi di Morgantina, la città greca da cui fu illecitamente rimossa. Una specie di rendition degna della liberazione di un ostaggio, che è appunto ciò che molti considerano la statua sia stata durante gli oltre vent'anni di permanenza in California. Il suo rimpatrio conclude in parte un «romanzo criminale» che per decenni ha visto coinvolti molti musei americani e una vasta rete di trafficanti pronti a rifornire una mercato globale di opere trafugate. «La pratica segreta per cui i musei pubblicamente condannavano il traffico di antichità, alimentandone allo stesso tempo il mercato dietro le quinte», come racconta Jason Felch, autore con Ralph Frammolino (suo collega del Los Angeles Times) di Chasing Aphrodite, un libro di prossima pubblicazione sulla vicenda della Venere. È stata questa la prassi di molti grandi musei partire dal dopoguerra e il Getty in particolare. L'istituzione creata da J. Paul Getty è giunta tardi sul mercato con tanti soldi e la missione di trasformare la collezione dilettante di antiquariato del petroliere in un museo di rango mondiale. A partire dal 1977, con l'acquisto del famigerato Atleta di Fano trafugato dal porto marchigiano nel '64, Getty e il suo curatore Jiri Frel hanno intrapreso una campagna acquisti a dir poco spregiudicata per riempire di tesori la «filologica» villa costruita a Malibu, a immagine e somiglianza della Villa dei Papiri di Ercolano. Durante gli anni '80 e '90 i musei, fra cui prestigiose istituzioni come il Metropolitan di New York sono stati il terminale di una filiera che dai tombaroli passava per una sofisticata rete di contrabbandieri e commercianti senza scrupoli dediti a rifornire le gallerie di mezzo mondo di opere trafugate soprattutto da Grecia, Italia e Francia. Fra le fonti più sfruttate, i siti siciliani risalenti alla Magna Grecia dove l'inestimabile patrimonio archeologico dell'isola è stato per anni esposto ai raid dei tombaroli. Uno di questi, Morgantina, la città greca conquistata dai Romani nel terzo secolo avanti Cristo, è servito da vero e proprio self-service per i trafficanti che hanno prelevato acroliti (teste e mani marmoree di statue), argenti e, nel 1979, la grande statua della dea finita sulla costa del Pacifico. Un viaggio rocambolesco che, come hanno rivelato successive indagini e l'inchiesta del Los Angeles Times, l'hanno vista passare per le mani di Orazio Di Simone, un noto trafficante di Gela, contrabbandata sotto un carico di carote in Svizzera e da qui venduta da Renzo Canavesi, tabaccaio di Chiasso, a Robin Symes, grande commerciante di antichità a Londra. È stato quest'ultimo a venderla a sua volta (tramite l'allora curatrice Marion True, il cui processo si è da poco concluso con la prescrizione) a un Getty che, come hanno successivamente dimostrato documenti interni del museo, decise all'epoca di tapparsi gli occhi per non vedere gli evidenti segnali di irregolarità, mentre agli intermediari firmava l'assegno record di 18 milioni di dollari. È solo a questo punto che le autorità italiane cominciano a dare tardivi segnali di vita sul fronte della lotta al traffico clandestino di antichità. Le indagini del tribunale di Enna, condotte dal magistrato romano Paolo Ferri e quelle della procura di Roma iniziano a disegnare la mappa delle vie illegali che dissotterrano, riciclano e diffondono antichità in grandi musei. La svolta viene con il raid, nel 1995 a Ginevra del magazzino del commerciante Giacomo Medici, un deposito di tesori in transito in cui vengono rinvenute molte foto utili a ricostruire l'identità delle opere e che permettono agli inquirenti di dimostrare le origini «dolose» di molti pezzi in prestigiose collezioni che ricevono, improvvisamente frequenti, visite degli uomini del pool per la tutela del patrimonio culturale dei carabinieri. Un «watergate» che inchioda molte insospettabili istituzioni culturali e l'inizio della fine per amministratori come Marion True che nel 2001 è ascoltata per la prima volta dal giudice Ferri: verrà incriminata per ricettazione nel 2005. Un processo che scuote molti suoi colleghi, tanto da renderli più sensibili alle richieste avanzate dal governo italiano, promosse con particolare dovizia da Francesco Rutelli, allora ministro dei beni culturali. La posizione del Getty che si basa sulla professata ignoranza e la non comprovata origine delle opere diventa sempre meno sostenibile, i negoziati con l'Italia fruttano l'accordo per la restituzione di 40 opere, esempio seguito da molti altri musei che rispediscono in Grecia e in Italia decine di tesori, anche a fronte dell'offerta di prestiti e mostre itineranti. Rutelli, a Los Angeles nel 2008 per incassare la «vittoria» dirà: «Col Getty c'è stata battaglia e ora c'è la pace. Riconosciamo la correttezza e apriamo ora nuovi spazi per la collaborazione nella diffusione della cultura». È l'entrata dei musei nell'era legale e la fine di quel far west che, dice Felch, è somigliato molto al traffico della droga, per le somme di denaro coinvolte e per come alla spasmodica richiesta dei paesi «consumatori» ha fatto fronte l'abbondante offerta criminale in quelli «d'origine». E, aggiungeremmo, l'incuria, la negligenza o in alcuni casi, forse, la connivenza delle autorità». La «vittoria» di cui parlava Rutelli sposta in Italia, con la Venere, anche la responsabilità della cura e della valorizzazione di un patrimonio mondiale che, come abbiamo visto in questi giorni, rischia di cadere in pezzi. Col Getty, intanto, rimane aperto solo l'ultimo, doloroso, contenzioso: quello sull'Atleta di Fano. Il museo ha sempre insistito che il suo caso dovesse essere trattato a parte. A Malibu non sembrano avere alcuna intenzione di perdere anche la seconda statua simbolo, il GettyBronze come viene chiamato, attribuito a Lisippo. Si vuole separare l'opera dalla «questione morale», opponendo all'evidenza dell'esportazione illecita l'argomento del presunto ritrovamento in acque extraterritoriali. A febbraio, il tribunale di Pesaro ne ha disposto il sequestro, una misura destinata a rimanere simbolica, in attesa di una sentenza della cassazione. Sarà forse l'Atleta vittorioso, alla fine, a dire se sia veramente tornata la legalità nel mondo antico.