Crescono in Italia i luoghi dedicati al mondo rurale, al lavoro operaio, alla città o al paesaggio. Per alcuni sono un modello Ettore Guatelli raccolse da robivecchi vestiti, giocattoli e strumenti di lavoro. Li sistemò in un casolare, dove ora si organizzano molte iniziative La gran parte di questi spazi si regge sul volontariato E per Daniele Jallà, direttore dellEcomuseo di Torino, servono a migliorare la tutela tutti sono capaci di fare un museo con le cose belle, è difficile farlo con le cose umili»: Ettore Guatelli, maestro elementare, antropologo senza laurea ma tanta scienza sul campo, ha allestito un museo a Ozzano Taro, comune di Collecchio, provincia di Parma, in cui ha conservato i materiali che aveva raccolto da robivecchi, rottamai e poi in cascine, botteghe artigiane e che ha riordinato, componendo sulle pareti fantastiche volute e giochi grafici. Da quando non cè più Ettore Guatelli è morto nel 2000 a ottantanni non è lui la guida che spalanca il portone del casolare e accompagna per le scale, fra fiaschi, barattoli e poi lame, martelli, vanghe, zappe e poi giocattoli, scarpe, giacche e pantaloni, e arriva fino a uno studiolo dove in una cassetta aveva sistemato uno schedario dei suoi oggetti. «Il museo con le cose belle è un museo di rappresentanza», diceva, «quello con le cose umili è di documentazione. Ho lottato una vita per non comprare le cose belle, ma qualche volta mè scappato di trovarne qualcuna: se avessi fatto studi classici mi sarei fatto prendere dal bello». Guatelli non cè più, ma il Museo Guatelli sì, è uno degli esemplari di quei musei che dal territorio in cui sorgono prendono tantissimo e a quel territorio altrettanto rilasciano. Non sono musei di conservazione, di opere darte, di cose belle. Li chiamano musei etnografici, musei diffusi, ecomusei. In Italia ne sono sorti molti, soprattutto negli ultimi anni e tanti se ne vanno formando, prevalentemente nel Centro-Nord. Ma sono una realtà poco nota. Su 4.500 musei presenti in Italia, il Touring Club contava nel 2006 495 musei etnografici e 579 specializzati, cioè dedicati a singoli temi, da un oggetto (i giocattoli, per esempio) a un fenomeno sociale o produttivo (la mezzadria). Alcune regioni si attrezzano e varano leggi: ha cominciato il Piemonte, seguito dalla Provincia di Trento, da Friuli-Venezia Giulia, Sardegna, Lombardia, Molise e Umbria. Si stanno preparando Veneto, Emilia Romagna, Abruzzo e Veneto. Un censimento e un primo tentativo di raccontarli lha compiuto Silvia DellOrso, storica dellarte e giornalista scomparsa un anno fa, nel libro Musei e territorio. Una scommessa italiana (Electa, 2009). Questi musei si propongono di andare oltre la conservazione e la ricerca, sono come dei servizi sociali per una comunità. Sono il prodotto di partecipazione e altra ne sollecitano. Agganciano associazioni di volontari. Sono agorà, centri culturali, elaborano iniziative, didattica per i più piccoli e per gli adulti (il Guatelli svolge attività intensissime). Non hanno lossessione di aumentare ogni anno i visitatori. Alcuni antropologi come Pietro Clemente e Vincenzo Padiglione sono impegnati a promuoverli e a farne sorgere di nuovi. Qualcuno li considera una specie di post museo: sono un modello per il museo del futuro, persino per quello di opere darte, che trarrebbe la sua forza dal radicamento in un luogo e dal coinvolgimento di una comunità. E anche unalternativa alle pseudo-valorizzazioni con le quali si pensa di camuffare i mortificanti tagli al bilancio dei Beni culturali. Il museo, ogni museo, «deve trasformarsi da "salotto delle muse" in piazza civica», auspicava Fredi Drugman, architetto e museologo, il padre del "museo diffuso". I modelli sono allestero. LAnacostia Community Museum di Washington fu inaugurato nel 1967. Documenta la storia e la cultura dei neri dAmerica, ma non ha quadri alle pareti o vasi nelle vetrine. Raccoglie foto, documenti, video, brani sonori e musicali, oltre a organizzare convegni e mostre, essendo lo spazio in cui una comunità si riconosce, trova il passato e immagina il futuro. Attività diverse, ma non troppo, si svolgono al Museo della Città di San Paolo del Brasile o al District Six Museum di Cape Town, in Sud Africa, e al Redcliffe Museum a nord di Brisbane, in Australia. Gli ecomusei nascono in Francia negli anni Settanta. Si definiscono "centri di interpretazione del territorio", luoghi in cui con documentazione storica, visiva e sonora, fotografie e apparecchiature multimediali si offre una lettura dellambiente circostante. Sono depositi di memoria, prevalentemente novecentesca, archivi del lavoro contadino, delle tecniche industriali e artigianali, del modo in cui il paesaggio è andato cambiando e anche luoghi per capire meglio come quella comunità si trasforma. In Italia sono 140, il più grande, lEco Museo Urbano di Torino, è nato nel 2003 ed è distribuito in dieci circoscrizioni. Raccoglie sollecitazioni venute da gruppi di cittadini che, soprattutto in periferia, avevano avviato mostre sul quartiere, visite guidate, conferenze. «Questo patrimonio di conoscenze e di documenti non può essere solo collezionato», spiega Daniele Jallà, coordinatore dei Servizi museali del Comune di Torino, presidente di Icom Italia (International Council of Museums) e animatore del progetto dellecomuseo. Può stimolare, per esempio, iniziative di tutela di un territorio, di un quartiere, di un paesaggio fronteggiando interventi che lo snaturino. Gli ecomusei, racconta Jallà, sono il prodotto della "nouvelle muséologie" francese. I suoi teorici si chiamano Georges-Henri Rivière e Hugues de Varine. E dalla Francia si diffondono anche in Italia alla fine degli anni Ottanta. Il primo è lEcomuseo della montagna pistoiese. In Piemonte se ne contano più di 40, da quello dei terrazzamenti in Valle Bormida a quello del basso Monferrato Astigiano o del Castelmagno, fino a quelli della Resistenza del Colle del Lys e della Val Pellice. Altre regioni molto ricche di ecomusei sono la Toscana (dal Città e Territorio di Monsummano Terme a quelli del Casentino o del Mugello), il Veneto (da quello dellarcheologia industriale di Schio a quello di Piazzola sul Brenta), lEmilia Romagna (dallecomuseo del sale di Cervia a quello delle Erbe palustri di Villanova di Bagnacavallo). Nellalto vicentino si sperimentano reti, come quella che raccoglie i musei della serica e del laterizio di Malo o la Casa Bianca che, sempre a Malo, ha costituito Giobatta Meneguzzo ospitando la sua collezione di arte contemporanea. Il proliferare di ecomusei, ma anche di musei etnografici o patrocinati dagli Istituti storici della Resistenza, aggiunge Jallà, «è stato solo in parte determinato da unazione pubblica, che però non sarebbe mai stata in grado di raccogliere tali e tante testimonianze della civiltà contadina o di quella industriale. La gran parte di questi musei cresce per la volontà di singoli o di gruppi, che li tengono aperti, ne sono custodi, organizzano le visite. Solo a Torino si contano 150 associazioni di questo tipo». Il volontariato culturale è il nerbo sul quale si regge questa forma di partecipazione diffusa. Daltronde circa metà di tutti i 4.500 musei italiani (dagli Uffizi a quello dellolio di Castelnuovo di Farfa, in Sabina), dice Jallà, «si sostengono sul volontariato». E dal volontariato nascono competenze che servono a una migliore conservazione di quel che è custodito nel museo e soprattutto del patrimonio (un paesaggio, un centro storico, un borgo, una pieve) al quale il museo rimanda costantemente. «Il museo così concepito», spiega Jallà, «è il luogo in cui si ricompongono tutela e valorizzazione e può funzionare come "soprintendenza" locale, non in concorrenza ma in collaborazione con le soprintendenze statali, supportandole in quei compiti che per la carenza dei fondi e di personale esse non possono svolgere».
la Repubblica
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FR
Francesco Erbani
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