Cultura e turismo furono la chiave di volta della stagione bassoliniana il culmine del suo successo e poi del suo insuccesso e rischiano di diventare la spina nel fianco della giunta Caldoro. Il che non stupisce, trattandosi di risorse essenziali, soprattutto in un quadro di deindustrializzazione senza ritorno. Ma proprio perché di primaria importanza, su questo problema sarebbe auspicabile più decisione, da parte dei nuovi amministratori, emeno bugie, da parte dei vecchi. Messi di fronte ai nodi gestionali e finanziari di grosse preesistenze come la Città della Scienza, il Teatro Festival, il Madre o il Forum delle Culture, gli uomini di Palazzo Santa Lucia hanno oscillato tra la linea del rigore draconiano e una tendenza (politicistica) a salvare competenze e uomini del vecchio regime, tra la denuncia delle spese pazze del passato e la selezione silenziosa senza la dovuta trasparenza dei nuovi «esperti». Sta di fatto che, a molti mesi dal suo insediamento, la giunta Caldoro non ha ancora deciso cosa fare di quell'eredità di eventi, strutture e manager. Non sembra assumersi la responsabilità di formulare una strategia alternativa e compatibile e di adottare senza infingimenti come le compete uno spoils system, del quale sarebbe poi l'opinione pubblica a giudicare gli effetti. Né appare in grado di vincere le resistenze, le pigrizie e le furbizie che notoriamente covano all'interno della dirigenza amministrativa regionale. Ma, per quanto gravi siano i problemi finanziari, non basta tenere le bocce ferme. La giunta regionale è in debito con la città di scelte precise e chiare. Chi governa non ha alcun interesse a farsi coinvolgere in polemiche inconcludenti, come quelle che hanno riguardato Eduardo Cicelyn o Rachele Furfaro. Piuttosto, deve decidere qualcosa e spiegarne le ragioni all'opinione pubblica. I nuovi amministratori, del resto, hanno molte frecce al proprio arco, quando rifiutano gli argomenti proposti con maggiore o minore tracotanza dai guru del ventennio bassoliniano e dai soliti firmatari di appelli in difesa della cultura. A chi cerca di accreditare la produttività di strutture come il Madre o il Teatro Festival, sarebbe fin troppo facile mostrare il ben diverso rapporto tra costi e benefici che caratterizza simili iniziative certo non inferiori per qualità nell'Italia centro-settentrionale e in Europa. E parliamo di benefici effettivi, non soltanto di presenze gonfiate dalla coscrizione obbligatoria degli studenti medi o di alberghi riempiti dalle stesse compagnie teatrali. Per quanto musei e spettacoli colti siano ovviamente meritori, il problema è di capire se la strada del finanziamento pubblico resti l'unica percorribile o non sia da perseguire l'obiettivo di un autofinanziamento fondato sull'aumento del numero degli utenti e sui denari degli sponsor privati. Che il solo accennare a uno sponsor costituisca materia di scandalo, rivela un'idea della cultura (e della cosa pubblica) che appare vecchia, ambigua, non meritocratica. E che oltretutto, in tempi di vacche magre, è irrealistica.