La lezione dello storico a cent'anni dalla nascita Il convegno per i cento anni dalla nascita di Giulio Carlo Argan lo hanno aperto il 9 dicembre, nell'aula magna della Sapienza a Roma, Marcello Fagiolo, Andrea Carandini, Antonio Pinelli: quaranta relazioni di storici dell'arte, filosofi, studiosi di estetica che saranno chiuse oggi da una tavola rotonda. Argan a Roma ha insegnato per un quarto di secolo creando una grande scuola, poi, a fine anni 70 diventa sindaco, il primo sindaco non democristiano dopo Ernesto Nathan. Chiediamocelo: per la storia d'Italia, non solo la storia dell'arte, chi è stato Giulio Carlo Argan? Studente, a soli vent'anni pubblica un saggio su Palladio e, per conoscere il «Professore», suona alla sua porta a Torino il maggiore storico dell'Istituto Warburg di Londra, Erwin Panofsky. Inizia allora un'amicizia che riprenderà nel dopoguerra con un soggiorno a Londra e un saggio sulla rivista dell'Istituto. Argan, allievo di Lionello Venturi, studioso, nonostante i divieti del regime, dell'arte francese, Manet, Monet, Degas, Renoir, Cézanne, si forma su Benedetto Croce ma, in tempi di studio delle «forme», comprende che la realtà della storia vuol dire analisi della cultura. Così comincia analizzando l'architettura, e i suoi libri su Brunelleschi, Borromini, poi Michelangelo, scardinano ogni modello di lettura formale analizzando gli artisti alla luce dei loro rapporti storici. Un libro, L'Europa delle capitali, Argan lo scrive come contrappunto al saggio sulla Età barocca di Benedetto Croce: il filosofo napoletano aveva condannato tutto il secolo, dalla morale alle opere d'arte. Argan invece usa la Poetica e la Retorica di Aristotele, le ideologie della Riforma e della Controriforma, per comprendere un'arte nuova, da Caravaggio ai Carracci, da Rubens a Rembrandt, un'arte che è alla base del tempo moderno. Già nel 1951, Argan aveva scritto Walter Gropius e la Bauhaus, un libro di rottura, nel segno del recupero di una «ragione» che è la chiave per comprendere la ricerca dello studioso, fino ai saggi sull'illuminismo e il Neoclassico. Ecco dunque la Bauhaus di Weimar e Dessau dove insegnano, oltre a Gropius, Klee e Kandinskij; la scuola intende creare una società della «ragione» rinnovando la figura delle città e lo spazio delle case. Nel dopoguerra lo scontro sulle ideologie è durissimo: il Pci punta sul realismo, quello zdanoviano, figure evidenti, leggibili da chiunque. Argan invece fa altre scelte: essere di sinistra vuol dire arte astratta, vuol dire capire Picasso ma anche Paul Klee, Guernica come manifesto dell'antifascismo ma anche la meditazione interiore dei quadri di Klee. Argan vive nel sogno della rivoluzione della «ragione» della Bauhaus per tutti gli anni 50, poi scopre che il design è ormai per una élite e la città viene distrutta dalla speculazione. Intanto scrive il manuale, diffuso in milioni di copie, che ha cambiato il modo di pensare l'arte degli italiani: l'arte non si «sente» ma si studia, arte è storia, «monumento» che sta davanti a noi e che va indagato. Argan progetta, prima della guerra, l'Istituto centrale del restauro poi diretto da Cesare Brandi, si occupa della tutela dei beni culturali prima nelle soprintendenze poi all'università. Da ultimo accetta di diventare sindaco di Roma: nel suo studio, a chi gli domandava perché avesse lasciato l'insegnamento, apriva la finestra e mostrava i fori imperiali. Dopo tre anni di impegno durissimo la salute lo costringe a lasciare. Argan ci ha dato un nuovo modo di comprendere l'arte e, più ancora, una lezione morale: lavorare per il pubblico, per lo Stato, non per il privato.