Lurbanizzazione del territorio in un convegno che si chiude oggi allo Steri Le cento città DELLISOLA sorte tra il 500 e il 700 Fu Vincenzo Tusa lantesignano delle ricerche archeologiche sottomarine individuando i siti di Porticello e Isola delle Femmine Naufragi, commerci, emigrazioni, ancoraggi battaglie, secoli di memoria del Mediterraneo raccontati in un libro di Sebastiano Tusa Un patrimonio storico e materiale da preservare Negli anni Cinquanta i primi rinvenimenti di relitti e la creazione di collezioni permanenti come quella di Lipari Un altro momento di grandi interventi negli anni Trenta del secolo scorso quando il regime fascista colonizza il latifondo e pianifica nuovi borghi rurali ascelli più o meno oltraggiati dal tempo e dagli uomini, tracce solitarie di antiche navigazioni, luoghi di ancoraggio e di ricovero, porti e approdi, fatti, battaglie, commerci, naufragi migrazioni e spedizioni. Un bagaglio immenso di memoria storica: è quella legata al rapporto della Sicilia con il mare e, attraverso il mare, col mondo intero. Un rapporto fecondo, ma a volte anche contraddittorio, che alimenta il solito ritornello dellisola «crocevia di popoli e civiltà mediterranee ed extramediterranee». E che adesso rivive nelle pagine di un lavoro (destinato non solo agli specialisti del settore ma anche agli amanti del mare) firmato Sebastiano Tusa, archeologo, Soprintendente di Trapani e già Soprintendente del Mare. "Arte e storia nei mari di Sicilia" (Magnus edizioni) è il titolo del volume (presentato nei giorni scorsi allArsenale di Palermo dallautore e dallarcheologo-scrittore Valerio Massimo Manfredi). Che parla della Sicilia e del suo Mediterraneo. Anzi, della Sicilia e dei mari intorno allisola e alle isole più piccole che la circondano. Mari protagonisti di una grandiosa operazione di rivelazione del passato, fortuita in certi casi ma anche sollecitata dalle sistematiche ricerche che da alcuni anni si compiono. Il risultato? Un patrimonio storico-archeologico che si articola in numerosi resti di relitti che datano dallepoca greco-arcaica fino ai nostri9 giorni, oltre che in uninnumerevole serie di rinvenimenti sporadici e casuali effettuati un po ovunque nelle profondità dei mari. «Certo - spiega Sebastiano Tusa - dallavvento dellautorespiratore ad aria, che rivoluzionò limmersione sia sportiva che professionale, a quando una rinnovata coscienza e responsabilità verso questo aspetto della nostra favolosa ricchezza artistica e storica, spesso negletta, ci fece uscire qualche anno fa dallimprovvisazione per acquisire, al pari dei paesi più evoluti del mondo, la capacità di intraprendere un percorso di tutela, ricerca e valorizzazione sistematica di questo immenso e importante patrimonio, tanto è andato perduto attraverso i mille rivoli del mercato clandestino sia nostrano che internazionale. Ma tale patrimonio è così ingente che continua a offrirsi con particolare efficacia storica e bellezza repertuale anche oggi agli specialisti, ma anche agli appassionati spettatori». A mostrare agli occhi degli archeologi e del pubblico questo patrimonio fu proprio lintroduzione dellautorespiratore ad aria di Gagnan e Costeau in Sicilia, ai tempi dei pochi e giovani pionieri della subacquea (Cecè Paladino, recentemente scomparso, il più leggendario). Dagli anni Cinquanta del secolo scorso vi è stato un susseguirsi di rinvenimenti fortuiti di relitti dei quali poco è stato salvato. E qualcosa è rimasto attivando quei musei archeologici sottomarini tra i quali quello ospitato nellambito del Museo Archeologico Eoliano "Bernabò Brea", frutto della passione di Madeleine Cavalier e Luigi Bernabò Brea. Ma anche a Palermo, Marsala, Camarina, Favignana e poche altre località marine si crearono sezioni o piccoli musei di archeologia subacquea che raccoglievano ciò che si recuperava dai fondali marini. A Palermo fu proprio Vincenzo Tusa lantesignano di ricerche archeologiche sottomarine: individuò siti come la Formica di Porticello e Isola delle Femmine. «Fu mio padre - racconta lautore - a intuire limportanza dellattività dei primi subacquei palermitani sottraendoli alle chimere del mercato illegale. Grazie a quelle ricerche si creò la prima sezione di archeologia subacquea nellallora Museo archeologico nazionale». In ogni caso, al di là delle ricerche sistematiche, il patrimonio culturale subacqueo siciliano «è notevole». Sia per qualità che per quantità. Perché comprende decine di relitti e centinaia di rinvenimenti isolati: alcuni di particolare pregio, come le famose statue del Reshef di Selinunte e del Satiro di Mazara del Vallo. «Attraverso quei recuperi del passato e le sistematiche ricerche del presente - aggiunge Tusa - è possibile ricostruire una storia affascinante che lega indissolubilmente la Sicilia ai suoi mari veicolo fondamentale di ricchezza e cultura». E oggi? A che punto è la ricerca? «Oggi la ricerca sistematica archeologica nei fondali in Sicilia dà i suoi frutti strepitosi con scoperte di grande pregio». Per esempio? «I rostri delle Egadi e di Acqualadroni. I primi in particolare ci hanno permesso di comprendere con esattezza le dinamiche ed il luogo ove avvenne la famosa battaglia delle Egadi che il 10 marzo del 241 avanti Cristo diede a Roma il lasciapassare per diventare potenza egemone mediterranea per i secoli a venire». Non a caso la parte più consistente della ricerca di Sebastiano Tusa riguarda la descrizione e linterpretazione dei tanti relitti che si trovano sui fondali marini (tra cui quelli ormai famosi di Capistello a Lipari, di Cala Minnola, a Levanzo e di Gela, ma anche quelli di navi che portavano colonne, e architravi di Vendicari e Camarina). Laltro capitolo affascinante della ricerca archeologica subacquea riguarda i fondali inaccessibili. Un capitolo nuovo dellarcheologia, fatto di astuzia e tecnologia. «La ricerca in alto fondale - afferma Tusa - è appena agli inizi e si preannuncia come la nuova frontiera dellarcheologia subacquea poiché è lì che, al riparo da mani interessate sono rimasti per secoli e millenni intatti relitti e carichi immensi di mercanzie che il mare ha inghiottito nei momenti di particolare turbolenza». Insomma, è possibile riscrivere le pagine della storia delluomo a contatto con il mare attraverso i manufatti che le mani degli archeologi e degli appassionati riescono a recuperare (documentandone i contesti). E così si allarga il fascio di luce sul rapporto uomo e mare «che - conclude Tusa - ha costituito per intere generazioni di popoli rivieraschi la cifra fondamentale di uno sviluppo che speriamo possa continuare a lungo se sapremo rispettare il mare, le sue leggi e le sue memorie». C on larrivo dei Normanni e laffermarsi del feudalesimo, gli abitanti della Sicilia vengono raggruppati in grossi borghi rurali e molti piccoli agglomerati decadono, sino a sparire. Poi, come avviene in altre parti dEuropa, anche la Sicilia vive una lunga «colonizzazione interna»: una fase particolarmente vivace fra la fine del Cinquecento e linizio del Settecento, quando vengono fondati un centinaio di nuovi centri abitati distribuiti soprattutto nellentroterra palermitano e nellAgrigentino. Laspetto del territorio e della società ne risultano trasformati. Masse di individui si spostano da un luogo allaltro, ingenti capitali vengono spesi per edificare le nuove città. Abati, principi e baroni assoldano ingegneri e architetti di grido, che alla testa di uno stuolo di manovali e muratori tracciano strade, edificano chiese, palazzi padronali che cominciano a stagliarsi sovrastando le modeste abitazioni. Le nuove città vengono progettate seguendo rigorosi modelli urbanistici: strade rettilinee, piazze rettangolari, sviluppo di ogni possibile applicazione delle figure geometriche. Ad Avola e a Grammichele - due luoghi-simbolo delle città nuove di Sicilia - ogni angolo è parte di una forma simmetrica, e la città si presenta come una colossale costruzione architettonica: ricca di dettagli, ma unitaria. Il modo in cui una popolazione è concentrata o dispersa in un territorio riflette lorganizzazione della società, ma ancora non è stata definita unanalisi storica del sistema urbano isolano. E dallesigenza di mettere a punto una comune metodologia di studio, da applicare alle diverse aree europee, deriva il convegno internazionale Città nuove fondate in Italia e in Europa dal Medioevo al Novecento che - organizzato dal Dipartimento Città e territorio dellUniversità di Palermo, con la cura scientifica di Aldo Casamento - per tre giorni ha riunito allo Steri studiosi italiani e di sei diversi Paesi europei (iniziato giovedì, il convegno si conclude oggi). La Sicilia sembra la sede naturale per gli studi sulle città di nuova fondazione, considerato che quasi la metà dei suoi centri abitati è frutto di unattività pianificata ancora operante negli anni Trenta del Novecento: quando il fascismo prova a colonizzare il latifondo, e fonda paesi rurali - come Borgo Schirò, vicino Corleone - destinati a essere abbandonati. La messa a coltura del latifondo è lesigenza più immediata e visibile anche nel Seicento, quando i baroni richiedono al Tribunale del Real Patrimonio la licentia populandi: un gesto importante, carico di significati. In Sicilia il prestigio e il potere derivano dal possesso della terra, la licentia assolve due funzioni allapparenza contraddittorie: permette di allargare i ranghi della nobiltà, e nel contempo di mantenere intatta legemonia baronale. Ai mercanti stranieri o ai banchieri, che da poco hanno comprato un titolo nobiliare da una corona spagnola sempre a caccia di soldi, viene offerta la possibilità di completare con nuove acquisizioni il loro status nobiliare. Il barone compra un "pacchetto" che lo rende Signore di uno Stato feudale: come un piccolo re, avrà il diritto ad amministrare la giustizia civile e penale nel nuovo borgo. E una città con almeno ottanta famiglie gli darà il diritto di sedere in parlamento, o di avere un voto aggiuntivo per ogni insediamento urbano. Dal punto di vista economico le nuove città possono anche non essere un buon investimento, ma offrono sempre al loro fondatore la garanzia di una sicura scalata sociale. Ogni nuova fondazione ha bisogno di abitanti, che - in una Sicilia dove la manodopera scarseggia - vengono attirati con vistosi incentivi: il più importante è la cancellazione dei debiti pregressi, associato alla possibilità di usufruire di alcuni vantaggi. In genere i coloni sottoscrivono i «capitoli di fondazione», veri patti agrari che fissano diritti e doveri: devono versare un censo annuo, sono obbligati a lavorare le terre del barone. Ma in cambio avranno un lotto edificabile e qualche volta un piccolo terreno, dove impiantare un orto. Nelle colonie greco-albanesi, tutte in provincia di Palermo - da Piana degli Albanesi a Contessa Entellina, da Palazzo Adriano a Mezzojuso - gli abitanti si impegnano a costruirsi una casa in muratura entro tre anni; ma la varietà delle situazioni suggerisce proposte diverse, che riflettono i diversi rapporti di forza: i coloni vengono sempre attirati a spese di nuclei già consolidati, e il barone concede quello che non può negare. Le nuove città presentano una grande varietà di soluzioni urbane, derivanti da un territorio poco uniforme. Il disegno è spesso imperniato su una scacchiera disegnata attorno alla piazza centrale, ma ad Avola, Trabia, Altavilla o Aliminusa le soluzioni presentano un ventaglio di sfumature che ancora raccontano la bravura di tecnici e maestranze locali. Solo raramente si ha notizia di interventi esterni, come avviene a Paceco: dove, nel 1607, Placido Fardella chiama un architetto spagnolo a disegnare limpianto urbano. Spesso troviamo la ripetizione di motivi palermitani, come la "croce di strade": ci si richiama al modello dei Quattro Canti che consacra il centro di Palermo, ma la piazza centrale si allarga e rimodula. Sino a diventare la piazza ottagona di Ramacca, o la piazza radiale di Campofelice di Roccella. Siamo di fronte a un fenomeno storico di lunga durata, ancora in buona parte da studiare. Magari tenendo presente unintuizione di Leonardo Benevolo, uno dei padri nobili dellurbanistica, che notava come le fondazioni siciliane largamente risentano delle esperienze, della normativa e degli strumenti con cui si era popolato il Nuovo mondo. Del resto, per i gesuiti tutto il Meridione coincideva con «le nostre Indie». In occasione della prima edizione del Premio Italia al Maxxi - il Museo nazionale delle arti del XXI secolo - la Sicilia è protagonista con la partecipazione di Rosa Barba. Lartista, nata ad Agrigento, è infatti tra i quattro artisti finalisti del Premio, che esporranno al Maxxi. Ma non solo. Lartista proposta dal direttore artistico della Fondazione Sambuca, il curatore siciliano Paolo Falcone, prevede inoltre la presenza in finale dellartista napoletano Piero Golia sempre su segnalazione di Paolo Falcone. Ai quattro artisti finalisti - selezionati da una giuria internazionale tra candidati proposti da nove direttori delle principali istituzioni di arte contemporanea in Italia - il museo dedica una mostra con opere prodotte per loccasione dal museo. Sulla base dei lavori realizzati, la giuria decreterà il vincitore. La sua opera entrerà a far parte della collezione permanente del Maxxi e allartista verrà dedicato un catalogo monografico su tutto il suo percorso artistico.