Risposta a Caldarola. Il ministro difende il suo operato alla cultura e la riforma dell'università Miserie della Seconda Repubblica oppure riformatori? Gentile direttore, l'articolo scritto da Caldarola sulla scuola e la cultura induce al pessimismo, perché denota soprattutto uno spaventoso ritardo culturale da parte della sinistra italiana. La tesi di Caldarola è che, di fronte a un movimento degli studenti che pone al centro del dibattito pubblico la necessità che la cultura e la scuola facciano parte di una rinascita nazionale, i due ministri competenti, cioè la Gelmini e il sottoscritto, sarebbero palesemente inferiori al compito che ci sarebbe stato affidato. Nel mio caso, poi, il giudizio è ancora più impietoso, perché si denuncia una mia estraneità e addirittura una chiusura al mondo della cultura. La mia opinione, invece, è diametralmente opposta. Penso infatti che nonostante tutte le critiche, nonostante un'opposizione che è distante anni luce da una moderna cultura riformista, nonostante i pregiudizi e spesso l'irresponsabilità di molti sedicenti uomini di cultura, Mariastella Gemini ed io, possiamo rivendicare il merito di avere promosso, per la prima volta in termini coerenti e sistematici dal dopoguerra a oggi, una serie di riforme liberali nel campo della scuola e della cultura, destinate a incidere positivamente e durevolmente in una società come la nostra. La crisi economica e i vincoli del debito pubblico non hanno soffocato, ma semmai esaltato una linea che prima ancora di chiedere maggiori risorse si è fatta carico di affrontare con coraggio la necessità di riforme ineludibili. La riforma della scuola e dell'università, avviata dal ministro Gelmini, rappresenta una delle riforme più importanti e significative dell'attuale governo. Una riforma che va nella direzione della modernizzazione del Paese e nello stesso tempo del superamento delle disuguaglianze sociali che caratterizzano la nostra società. Sono convinto che se in Italia esistesse una sinistra riformista, se fosse comparso in Italia un Blair italiano, egli avrebbe proposto per primo la riforma della scuola e dell'università che porta il nome della Gelmini e del governo Berlusconi. Da noi invece Bersani sale sui tetti per solidarizzare con chi protesta, mentre un giornalista come Caldarola si mette ad ascoltare con trepidazione i segni del «miracolo di una generazione», il consenso che sembra circondare la rivolta giovanile. Caldarola giunge al punto da definire il ministro Gelmini ed io, come due simboli di una classe dirigente inventata. «Miserie da Seconda Repubblica». Ma non gli viene il dubbio che forse siamo, al contrario, i simboli di una classe politica che, nel pieno di una crisi economica drammatica, ha cercato di affrontare i nodi di una crisi che prima di tutto ricade sulle nuove generazioni e in particolare sui giovani provenienti dalle classe sociali più deboli, lasciata in eredità proprio dai partiti della Prima Repubblica, non solo attraverso la richiesta di più risorse, ma di riforme coraggiose e necessarie? Nel mio caso, infine, quando Caldarola osserva una presunta chiusura verso il mondo della cultura, coglie solo l'atteggiamento di una parte della cultura italiana che di fronte ai miei tentativi di stabilire un ponte, un dialogo, una collaborazione, ha saputo rispondere solo con la faziosità, i preconcetti e le vecchie soluzioni.