«Il trasferimento dei beni demaniali alla Regione: un grande risultato»: così il presidente Lombardo giudica il passaggio dallo Stato alla Sicilia di centoventi monumenti archeologici e artistici. La notizia si inserisce, con effetto surreale, nel bollettino quotidiano che racconta la Caporetto del patrimonio artistico affidato all'autonoma tutela regionale siciliana: a Selinunte si sbriciolano le colonne dei templi impacchettati da anni tra tubi di ferro; in un santuario di Gela crolla un portale quattrocentesco; a Palermo la Cattedrale letteralmente marcisce, e viene sequestrato e interdetto al pubblico il cadente teatro marmoreo di Filippo IV mentre ci si accorge che decine di capitelli del chiostro di Monreale sono stati distrutti dai vandali e dall'incuria. Siamo proprio sicuri che il modello siciliano funzioni? Siamo sicuri che spostare il baricentro della tutela così vicino al potere locale sia una buona idea? E, soprattutto, siamo sicuri che sia giusto, utile e sensato depotenziare il valore nazionale, italiano, del patrimonio? Quando si visita, ad esempio, il centro di Catania ogni pietra parla della storia dell'isola, ma ci si può anche divertire ad intercettare le infinite citazioni dall'architettura romana dell'ultimo Seicento: fino ad immaginare di essere in una Roma in cui un divino psicanalista abbia liberato tutti gli architetti da ogni condizionamento del super-io vitruviano. Ed è proprio questa la magia dei nostri monumenti: essi ci rafforzano nell'identità locale, ma contemporaneamente esaltano i nessi profondi con l'identità culturale nazionale. Siamo certi che smantellare questa storia sia «un grande risultato»?