VENEZIA In anticamera una segretaria tiene in mano una giacca blu. «Vedete se in merceria trovate qualcosa» dice a due colleghi che stanno uscendo per la pausa-pranzo. La giacca è del sovrintendente al polo museale veneziano, Vittorio Sgarbi. E, con grande evidenza, gli sono saltati i bottoni e le uniche che possono aiutarlo sono le segretarie del suo ufficio. Lui, il sovrintendente tanto contestato e osteggiato ma fortemente voluto in quel posto dal ministro Sandro Bondi, un oscuro lunedì mattina di dicembre è chinato su un foglio pieno di numeri, intento a capire cosa sia più opportuno fare. L'impressione di trovarsi in un ufficio pubblico come tutti gli altri dura una frazione di secondo. «Pronto? Sì... Sì, mi disturbi, ma parla, vediamo cosa c'è... ». E solo la prima delle innumerevoli telefonate che il professor Sgarbi riceve nelle due ore in cui, seduta su una sediolina nel suo ufficio, lo aspetto per un'intervista. «Senti, so che sei un grande esperto di gerontologia» si sente dal viva voce del telefono, mentre nell'ufficio comincia a radunarsi una piccola folla di impiegati c'è da prendere una decisione importante sul come mandare avanti i pagamenti di dicembre, altrimenti al ministero si blocca tutto. Davanti a Sgarbi si accomodano via via i vari attori della questione, mentre dal telefono si segue il filo di una dimensione parallela. «Berlusconi lo stanno attaccando in modo disonesto, anche su questa cosa della malattia. Che progetti televisivi hai?». «Molti» risponde il sovrintendente, mentre la folla davanti a lui comincia a discutere dei vari sistemi per sconfiggere la burocrazia praticamente escludendolo. «Senti, e Toscani, è ancora tuo assessore a Salemi?». E solo a quel punto, dopo dieci minuti di delirio, che Sgarbi taglia senza discutere oltre la conversazione: «Non si può sentire un idiota per troppo tempo. Insomma, qui che devo fare?». «Dottore, allora lei firmi qui» gli dicono i suoi. È in quella che nella stanza sei metri per quattro, già bella affollata entra un'impiegata per esporgli il caso «disegni di Pomigliano d'Arco». «Dottore dice l'impiegata ci sarebbe da mandare avanti la pratica di questi quattro disegni da acquistare per 12 mila euro». Sgarbi, coscienzioso, si fa mostrare i disegni: la frittata, gli spiegano, è praticamente fatta. Nelle more della nomina, chi l'ha preceduto nell'interim ha autorizzato l'acquisto e la Sovrintendenza si è già impegnata per lettera ad acquistare i disegni che rappresentano quattro malati di mente. Ma lui non ci sente: «Dottore, voleva 100 milioni, noi gliene abbiamo offerti 12 mila». «E dove sta questo signore?» s'informa Sgarbi. «A Pomigliano d'Arco» gli rispondono. La faccia di Sgarbi è eloquente. «E' come uno che va in discoteca e spende 12 mila euro di champagne: si può fare dice Sgarbi ma è come buttarli via. C'è un andazzo, qui... ». E l'andazzo va avanti. Perché approfittando della presenza del sovrintendente («in linea di massima mi dirà poi vorrei riuscire a venire due giorni a settimana. Ma dal 27 al 31 dicembre sarò qui tutti i giorni») nell'ufficio gli parlano di tutto. Gli fanno firmare la delega per la firma, gli fanno risolvere in diretta un caso diplomatico, gli espongono gelosie e altri casi diplomatici. «A Romanelli bisognerà richiederglielo quel Bosch» gli dicono a un certo punto, in vista della mostra di Bosch che si inaugura il 18 a Palazzo Grimani. «Ma quello è nostro!» sintetizza lui. Suona il telefono: «Victor, come stai?» gli chiede squillante una voce femminile. «Senti Victor, venerdì c'è la chiusura della campagna elettorale a Rosarno, il Pd manda Bersani e allora hanno pensato che ci vuole uno come te dall'altra parte. Ci puoi essere?». «Non lo so, fammi chiamare alle 16». Ma alle 16, in quell'ufficio che un tempo Giovannella Nepi Scirè riempiva della sua presenza silenziosa, sono attesi anche l'ambasciatore del Montenegro con signora, l'editore Mazzotta con la figlia, una scultrice non meglio identificata, ma procace e l'azienda che fornisce la security al polo museale. Sgarbi dice sì a tutti. Risponde per l'ennesima volta al telefono. «Vittorio, ti ricordi lo scherzo che ti ha fatto Teo Mammuccari al telefono per quella trasmissione, ecco, ti andrebbe di ritornarci domani?». «Domani sono a Londra, ma che rete è?». «Italia 1». «Ah fa lui allora pagano. Beh, questo cambia tutto: meglio guadagnare che spendere». Il tempo passa e gli appuntamenti si moltiplicano. Dopo due ore in trappola Sgarbi si alza e va verso una ragazza appena entrata. Una bella ragazza. «Lei è la scultrice?» fa lui. «No, sono della sicurezza risponde lei ma anche ascultrice» dice, mal interpretando, da romena, l'italiano. L'equivoco al professore piace. La fa alzare e si sposta in anticamera dove c'è altrettanta folla che nell'ufficio. Farsi dare dalla ragazza il suo numero di telefono, parlare con Mazzotta e salutare la vera scultrice, nel frattempo arrivata, è un attimo. La giacca rimessa a nuovo arriva per l'ora del tè. E Sgarbi può finalmente partire per Trieste.