Pensa se l'altra sera alla Scala fosse andato in scena un Baremboim contro Bondi: che scena sarebbe stata! Da vergognarsi di essere italiani: se non fosse stato, ancora una volta, per quel Giorgio Napolitano che appare agli occhi degli italiani onesti l'ultimo baluardo prima del precipizio finale verso lo stato di non-moralità in cui questo paese sta correndo, qualunque italiano civile sarebbe arrossito per la rabbia. Se fosse stato alla Scala martedì sera, c'è da scommettere che Sandro Bondi sarebbe stato accolto dai buuuh, e non dei contestatori in piazza ma dal pubblico in sala. E niente scuse, per favore: per un ministro della cultura normale qualunque impegno viene dopo la prima scaligera, lo sanno tutti. La verità è semplice: non ha avuto il coraggio di esserci. Semplicemente, è scappato. Ed a maggior ragione è un vero peccato che la camera abbia rinviato a chissà quando (e se) la mozione di sfiducia contro il peggior ministro della cultura della storia repubblicana. L'improvvida decisione dei capigruppo di "chiudere" l'aula di Montecitorio in questa settimana infatti ha determinato, oltre ad infondata di critiche di moltissimi cittadini, anche lo slittamento della mozione contro Bondi presentata dal Pd, che a questo punto, dopo la solenne figuraccia della Scala, si arricchisce di un'altra ragione. E certamente i deputati dem faranno in modo che il documento non finisca nei cassetti, perché è necessario che di Bondi non ci si dimentichi. Fermo restando che è ben possibile che non si avrà più motivo di chiederne le dimissioni perché nel frattempo si sarà dimesso tutto il governo. In questo caso, è molto probabile che l'attuale ministro della cultura non troverà posto nel prossimo esecutivo, chiunque ne sia il capo. Anche in un Berlusconi-bis dio non voglia Bondi dovrebbe stare fuori, perché persino per il Cavaliere ha fatto troppi danni. È un peccato che Gianfranco Fini minimizzi la portata della decisione dei capigruppo, a cui secondo noi avrebbe dovuto opporsi. In tv ha spiegato che visto che ieri era festa, in sostanza «ci si è limitati» a non far lavorare l'aula martedì e giovedì: che sono per l'appunto i giorni in cui l'aula è operativa (e nemmeno sempre). La sostanza non cambia: l'aula è ferma, Bondi ha evitato una discussione per lui imbarazzante anche se alla fine probabilmente priva di conseguenze pratiche, dal momento che i finiani altra scelta incomprensibile avevano detto che avrebbero votato contro la richiesta di dimissioni. Quando crollò la casa dei Gladiatori a Pompei Europa scrisse che il ministro doveva andarsene se non altro per un fatto di opportunità pur riconoscendogli un tratto di signorilità che non tutti i suoi colleghi possono esibire. Eccedemmo: perché col passare dei giorni, e dei crolli, non si è vista un minimo non diciamo di signorilità ma di modestia, di onestà. Quella che dovrebbe derivare dalla constatazione di non saper padroneggiare una materia che richiede know how, capacità di direzione, autorevolezza, sensibilità, disposizione all'ascolto, talento organizzativo. Non c'è area del mondo culturale che non si lamenti. Dal red carpet ai teatri di mezza Italia fino, appunto, al podio più prestigioso di tutti, quello della Scala, si considera Bondi un politicante che nulla sa di arte e cultura, e gli occhi di lavoratori, operatori, attori, attrici, registi e cantanti si volgono speranzosi verso Napolitano, che sa ascoltarli, che sa prenderne le parti. Per questo, quel «viva il Presidente» risuonato martedì sera alla Scala è insieme il più terribile monito verso questo ministro e un grido di speranza forte, bello, giusto.