Il maestro Daniel Barenboim, prima di dare inizio alla "Walkiria", ha ritenuto di ricordare al pubblico della Scala l'art. 9 della Costituzione, nel quale è scritto che la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura, la ricerca e la tutela del patrimonio storico e artistico della nazione. Non ce n'era bisogno. Lo sanno tutti, tranne forse i violenti che hanno messo il centro di Milano a ferro e fuoco in nome, guarda un po' tu, della cultura, della quale, almeno a giudicare dai comportamenti, credo che poco gliene freghi Può darsi che per loro sia manifestazione culturale anche scaricare chili di sterco davanti all'abitazione del ministro Gelmini. Del resto, da chi è cresciuto idolatrando la "merda d'artista" e si è nutrito di romanzetti pornografici scambiati per opere letterarie, il meno che ci si possa attendere è che abbia simili comportamenti pubblici. La questione è seria, non è con la demagogia che la si affronta. Si sta diffondendo una curiosa tendenza, secondo la quale c'è qualcuno, segnatamente il governo, che vuole ammazzare la cultura. Per opinionisti preoccupati quando non afflitti, il centrodestra sarebbe impegnato nel demolire i beni storici, artistici e paesaggistici italiani, oltre che ad affossare la ricerca e l'istruzione; per quale obiettivo, non è dato sapere. Li si rappresenta come vandali che godono nel distruggere ciò che dovrebbe essere preservato. E a nessuno dei detrattori viene in mente che, se i "tagli", in misura proporzionata a quelli applicati ad altri settori, ci sono stati, non è per l'allegria dei sadici governanti, ma perché l'Italia è immersa in una colossale crisi finanziaria che impone una razionalizzazione della spesa pubblica La "Casa del Gladiatori', tanto per essere chiari, non è crollata per mancanza di fondi, ma per l'incuria di chi era preposto a salvaguardarla E non era certo il ministro competente. Se così fosse, si sarebbero dovute chiedere le dimissioni del ministro che reggeva i Beni cultural iquando trent'anni fa il tesoro di Morgantina venne trafugato in Sicilia È stato il furto archeologico più imponente del dopoguerra, rinvenuto nel 1984 al Metropolitan Museum di New York: tornato in Italia pochi mesi fa, nessuno sembra essersene accorto; o di chi ha tollerato per decenni lo scempio delle Ville Vesuviane, compreso il Palazzo reale di Portici, lasciate nell'abbandono più totale; odi coloro che ancora non hanno pagato pegno per la frana della Domus Aurea neroniana o parzialmente delle Mura Aureliane; a ancora di chi è rimasto a guardare il degrado del Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli, dove anni fa furono rinvenute negli scantinati partiture attribuite a Paisiello che galleggiavano tristemente sull'acqua. A chi bisogna chiedere il risarcimento per i continui trafugamenti di opere d'arte da collezioni pubbliche e private oltre che per le dimenticanze di biblioteche "minori" che stanno marcendo sotto gli occhi di studiosi sgomenti? E la famosa catalogazione del patrimonio culturale, chiesta da decenni, da illusi come chi scrive, a ministri che non avevano le sembianze di Bondi, a che punto è? Non si hanno notizie in merito. Ci si accapiglia invece quando film mediocri pretendono di essere finanziati dallo Stato; quando teatri che non sono capaci di autogestirsi accumulano milioni di debiti che il ministero dovrebbe ripianare; quando presuntuosi operatori della cultura pretendono di fare ideologia (ancorché mediocre) a spese della comunità. E intanto, allegramente, Regioni, Province e Comuni finanziano tutto l'effimero possibile e immaginabile senza il benché minimo criterio di valutazione culturale, ma soltanto per interessi politici. Guardateli i centri storici dei piccoli paesi italiani che stanno morendo: non c'è sindaco che si commuova, mentre vara l'ennesima delibera per l'ennesima sagra. E il governo cosa dovrebbe fare? Ho l'impressione che si sia affermata una visione quantitativa della cultura piuttosto che qualitativa. Basta saper vendere i prodotti, anche quelli che non meriterebbero di vedere la luce. Il mercato è sovrano: date il peggio, avrete il meglio in termini di profitto, diceva qualcuno. È singolare che coloro i quali protestano peri tagli non vedono che il gusto s'è imbarbarito, l'intelletto è saturo di stimoli superficiali, la velocità cancella il pensiero, la memoria non ha cittadinanza, le tradizioni sono svanite. Si può cominciare con il recupero di tutto questo per far ripartire la cultura italiana il suo declino è soltanto una questione di finanziamenti? Non basta parlare di qualsiasi prodotto che sporchi la vita per farlo rientrare in un'operazione culturale. Ci vuole altro che non nasce dallo sterco sparso davanti all'abitazione di un ministro. Nel Tramonto dell'Occidente, Spengler scriveva: «Un giorno l'ultimo ritratto di Rembrandt e l'ultima battuta di Mozart cesseranno di esistere - anche se è possibile che una tela colorata e un foglio coperto di note sopravvivano - perché l'ultimo occhio e l'ultimo orecchio accessibili al loro messa o saranno scomparsi». Fossi in Barenboim mi preoccuperei di questo e, di conseguenza, chiederei al sovrintendente della Scala, Stéphane Lissner, di cacciare l'artefice delle costosissime, orrende e oscene scenografie della "Walkiria". Wagner se le pagava lui o le faceva pagare a Ludwig di Baviera. Ed erano bellissime.