Musei, fondazioni, archivi e biblioteche che non sono più in grado di funzionare. Produzioni cinematografiche e teatri d'opera a rischio di asfissia per la riduzione o l'interruzione del flusso di aiuti pubblici. Maria Stella Gelmini, ministro della Pubblica istruzione contestata nelle piazze come complice o vittima consenziente dei tagli generalizzati nei settori di sua competenza. Il ministro della Cultura, Sandro Bondi, investito da una valanga di critiche e minacciato da una mozione individuale di sfiducia in quanto responsabile oggettivo di alcuni recenti disastri, in primo luogo. i crolli ripetuti nel più importante e frequentato sito archeologico nazionale. Naturale che, in questa situazione, si moltiplichino gli appelli autorevoli a governo e Parlamento perché l'Italia, anche in una situazione finanziaria difficile come l'attuale, non faccia mancare risorse vitali a un settore .che resta comunque cruciale non solo per l'immagine del Paese, ma anche per la qualità della sua vita sociale e della sua stessa democrazia. Sono appelli che vanno ovviamente ascoltati, se non altro per le speciali responsabilità di cui l'Italia è investita in quanto massimo contenitore mondiale di beni artistici e di siti di interesse culturale. Ma la questione non sta soltanto, e non sta principalmente, nell'entità delle risorse impiegate; e non sta nemmeno nelle responsabilità individuali, oggettive o soggettive, di questo o quel ministro. Una volta trovate le risorse e chi le vuole più abbondanti dovrebbe anche farsi carico di indicare dove andrebbero prelevate, in un sistema a somma zero qual è oggi il nostro bilancio pubblico bisogna saperle spendere meglio di quanto non si sia fatto in passato. E per questo è necessario cambiare la filosofia che ha sinora presieduto alle scelte operate in materia della nostra classe dirigente, nazionale e locale. Troppo spesso i fondi per la cultura sono stati polverizzati in una serie infinita di micro-interventi e distribuiti a pioggia, in base a criteri politici o puramente clientelari. Donde aiuti e aiutini a iniziative discutibili o comunque poco rilevanti, finanziamenti ad amici e parenti, logiche spartitorie che configurano fra l'altro forme di pressione e di controllo poco compatibili con i requisiti di libertà e di disinteresse che dovrebbero caratterizzare qualsiasi attività culturale. Occorre allora capovolgere queste pratiche: introdurre, per quanto possibile, criteri oggettivi di merito per selezionare gli enti destinatati di risorse pubbliche; evitare le sovrapposizioni, i doppioni, in una parola gli sprechi; privilegiare, una volta operata la selezione, il sistema degli incentivi fiscali, che meno si presta ai favoritismi, rispetto a quello dei finanziamenti ad hoc. E occorre soprattutto distinguere le iniziative di ambito settoriale e di breve respiro, che andrebbero lasciate alla responsabilità (e affidate alle risorse) degli enti locali e degli sponsor privati dalle aree di intervento strategiche, dalle istituzioni e dai siti di interesse nazionale, dove lo Stato deve impegnarsi in prima persona. Si tratta, in altri termini, di passare dalla logica dell'erogazione a quella dell'investimento, inteso in senso non puramente mercantile. Un patrimonio culturale e paesistico senza uguali al mondo non rappresenta solo un obbligo e un onere per chi ha il dovere di tutelarlo e di conservarlo intatto. E anche come insegna l'esperienza di tanti Paesi assai meno ricchi del nostro in questo settore uno straordinario asset economico, una fonte di risorse inesauribile, purché non venga prosciugata dall'incuria, dalla speculazione e dai calcoli di corto respiro. Una produzione artistica e letteraria, cinematografica e musicale vivace e capace di imporsi fuori dai confini nazionali può anch'essa costituire lo dimostra la nostra storia, anche recente un vantaggio, non solo in termini di immagine: va dunque aiutata, sempre che sia di per sé in grado di affrontare l'impatto col pubblico cui in ultima analisi è destinata. Un'editoria plurale e dinamica è essenziale alla formazione dell'opinione pubblica e alla crescita qualitativa della classe dirigente: sostenerla entro certi limiti, e senza distinzioni di parte, in un momento difficile, non significa attentare alla libertà dell'informazione. Una università efficiente, in grado di competere sul mercato globale dell'istruzione superiore, è la miglior garanzia di un futuro migliore per le generazioni più giovani e per l'intero Paese: i soldi che la comunità vi impegna non sono un cattivo investimento, purché non siano dilapidati nella moltiplicazione delle sedi e delle cattedre. Sono, questi appena elencati, esempi da manuale di come i comportamenti virtuosi possano, in qualche caso, diventare anche convenienti. Ma per capirlo bisogna saper guardare lontano.