Sanzio, appena arrivato. Ridolfo, figlio del Ghirlandaio. Tutti e due ventenni, nella città dei geni Rifiutò di andare a Roma a lavorare con lui alle imprese vaticane: la città spaventava per i suoi portenti ed era capace di paralizzare la creatività La collana «La città degli Uffizi» e il progetto «Piccoli Grandi Musei» dell'Ente Cassa di Risparmio di Firenze, coniugati nel comune proposito di valorizzare luoghi e terre di Scandicci (ormai tutt'uno con Firenze), trovano proficuo riscontro nell'impresa dedicata ai Ghirlandaio. Su Domenico e sul figlio Ridolfo si concentra la mostra curata da Annamaria Bernacchioni e allestita nel Castello dell'Acciaiolo (luogo di sogno in sé, ma ancor più per la sua condizione di palazzo antico, che col suo parco elegante par quasi calato inavvertito in mezzo a costruzioni recenti, che per rispetto sanno tuttavia astenersi da una troppo contigua presenza). Domenico e Ridolfo: pittori celebrati fiorentini e però presenti e anzi radicati nel territorio di Scandicci, sia per avervi lasciato lavori importanti, sia per averlo eletto come luogo d'una loro bella residenza. Fu Domenico il capostipite ideale e l'artefice più famoso della famiglia dei Ghirlandaio a prender casa sul finire del Quattrocento a Colleramole (frazione, ai tempi nostri, dell'Impruneta, ma in antico legata all'odierna Scandicci). Dopo di lui, il figlio Ridolfo, sulla metà del secondo decennio del Cinquecento, dipinse fra quelle mura, eleganti e insieme austere, una cappellina coi ritratti del padre, di se stesso e del figlio suo, Domenico. I due pittori non godono della stessa fama, ma giocarono, entrambi, ruoli di spicco nel panorama figurativo fiorentino fra XV e XVI secolo. Domenico è l'artista cui si devono le più eleganti e limpide illustrazioni a fresco di fine Quattrocento in due rinomatissime chiese di Firenze: la decorazione della cappella Sassetti in Santa Trinita e quella della cappella Tornabuoni in Santa Maria Novella. Il suo eloquio fu perspicuo e talora perfino compassato, eppure col Ghirlandaio s'educarono artisti formalmente spregiudicati (oltre che eminenti). Michelangelo, che fu uno di loro, ebbe con lui rapporti fin da giovanissimo; sicché è venuto naturale supporre che insieme abbiano calcato i ponti proprio della cappella Tornabuoni. Una vicinanza affettuosa che fu sempre presente al Buonarroti, com'è dato vedere nel Tondo Doni degli Uffizi, unico dipinto su tavola sicuramente suo: la tornitura salda della Famiglia, l'intaglio deciso dei panni, i volti ideali e tuttavia somaticamente precisati, il risalto terso degli attori su nitidi fondali, tutto pare attingere alla fonte del Ghirlandaio. Se Domenico si coltivò artisti come Michelangelo, il figlio Ridolfo non ebbe relazioni meno auliche. È lo stesso Vasari teste attendibile a tramandare che Ridolfo fu molto amato da Raffaello (in soggiorno di studio a Firenze dal 1504 al 1508). Raffaello si lega a Ridolfo anche perché entrambi erano sui vent'anni (tutt'e due erano del 1483) e a quell'età non è difficile familiarizzare. E poi il Sanzio, venendo da fuori in una città che allora brulicava d'artefici grandi e con una tradizione ricca e nobilissima, non avrà certo disdegnato la compagnia d'un coetaneo ch'era figlio di uno dei pittori più apprezzati del passato recente. Ridolfo l'avrà portato in giro, per chiese e botteghe; e non è astruso congetturare che l'abbia accompagnato in una visita agli affreschi del padre; dei quali forse non s'è tenuto gran conto vagliando il percorso iniziale di Raffaello e in particolar modo i ritratti dipinti da lui giovane, a Firenze. Se si concede all'ipotesi una qualche credibilità, bisognerà parimenti riconoscere fondato il sospetto che lo svolgimento del Sanzio nel verso appunto del naturalismo possa essere maturato giusto accanto a Ridolfo; cui ovviamente suonava familiare la concezione paterna del ritratto. Sicché non dovrà apparire casuale che talora qualche effigie di Ridolfo abbia generato il dubbio d'una paternità raffaellesca o che, viceversa, per un ritratto del Sanzio si sia tentato di proporre in alternativa il nome di Ridolfo. Un'incertezza ch'è giustificata dalle relazioni corse fra i due e dalla loro consentaneità, di nuovo documentata da Vasari; cui si deve la memoria della richiesta di Raffaello all'amico Ridolfo di portare a compimento una sua Madonna (per solito identificata con la Bella Giardiniera del Louvre) che il Sanzio, in partenza per Roma, avrebbe altrimenti lasciata incompiuta. E dall'Urbe più volte Raffaello avrebbe chiamato Ridolfo perché lo aiutasse nelle sue imprese vaticane. Ma l'amico Ghirlandaio, come molti altri artefici del Cinquecento, non s'azzardò a spingersi a Roma, città che spaventava per i suoi portenti e che addirittura era capace di paralizzare la creatività di chi trovava la forza d'andarci. Su Domenico e Ridolfo, dunque, principalmente vertono la mostra nel Castello dell'Acciaiolo e gl'itinerari connessi. Sono accadimenti che quasi impongono una riflessione rinnovata non solo sui luoghi lasciati ai margini dei movimenti turistici, ma anche sulle qualità di tanti artisti per lo più trascurati, se non negletti. Immolati sugli altari fumosi della mitologia televisiva, coi suoi soliti feticci: Botticelli, Leonardo, Michelangelo, Tiziano, Caravaggio, gl'Impressionisti, e giù per la scesa. Maestri financo svuotati, ormai, della loro pur altissima poesia. Direttore degli Uffizi
La collana La città degli Uffizi e il progetto Piccoli Grandi Musei
Il testo descrive la mostra "Domenico e Ridolfo Ghirlandaio" tenutasi nel Castello dell'Acciaiolo a Scandicci, in Toscana. La mostra raccoglie opere dei due pittori fiorentini, Domenico e Ridolfo Ghirlandaio, che erano figli del famoso pittore Domenico Ghirlandaio. I due pittori erano noti per le loro opere eleganti e austere, e giocarono un ruolo importante nel panorama figurativo fiorentino tra il XV e il XVI secolo. Domenico è noto per le sue illustrazioni a fresco in due chiese di Firenze, mentre Ridolfo è noto per i suoi ritratti.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo