Enrica Vinante ha portato in Trentino la scuola bolognese Quando la passione incontra l'arte e si fa professione. È quanto accaduto a Enrica Vinante, restauratrice trentina formatasi nella prestigiosa bottega bolognese di Ottorino Nonfarmale tra i maggiori esperti del settore e tornata in Trentino con la voglia di portare a compimento il suo percorso professionale e di vita. «Mentre frequentavo l'istituto d'arte a Trento sentivo crescere la passione verso il restauro dice Vinante . Mi affascinavano le discipline manuali e creative, quindi ho scelto di conseguire la qualifica in «tecniche esecutive pittoriche». Ma era la fine degli anni settanta e a quel tempo Trento non offriva molte opportunità di crescita in questo campo, né formative, né professionali». E allora cosa fece? «Venni a conoscenza di una borsa di studio messa a disposizione dalla Provincia e dalla Soprintendenza per i Beni Culturali, risultai idonea e nel 1980 mi ritrovai a Bologna "sotto l'ala" di Ottorino Nonfarmale, uno dei più grandi restauratori italiani». Un'esperienza importante. «Unica. Mi capitavano per le mani opere di grandissimi artisti, dipinti che fino ad allora avevo visto solo sui libri. E poi i lavori in grandi opere. Era uno che rispetto alla teoria prediligeva molto la pratica. Potenzialmente un errore, considerato che il mondo del restauro è in continua evoluzione per tecniche e materiali usati, ma fu lì che nacque la mia impostazione metodologica e professionale». Dopo i tre anni finanziati dalla borsa provinciale fu assunta per altri due con la qualifica di operaia specializzata. Poi però decise di far ritorno a Trento. «Era il 1987 quando, partendo da zero e forte solo della mia esperienza e professionalità, aprii la mia piccola impresa artigiana. Volevo realizzarmi e liberare qui la mia passione». E come andò? « Il mercato non era così ricco di concorrenti. I primi lavori furono piccoli restauri di affreschi per clienti privati, poi la chiesetta del cimitero del mio paese natio e altre piccole cose. Intanto però continuai a investire in aggiornamento e formazione continua». Passaparola e primi lavori importanti contribuirono a crearle mercato. Ma il 2006 fu l'anno della svolta. «Diciamo chemi diede un po' di pubblicità in più. Eravamo impegnati nel restauro di Palazzo Lodron, sede del Tar. Durante i lavori scoprimmo degli affreschi inediti. Fu una grande emozione, oltre che un buon colpo di fortuna per la mia attività». Che intanto è cresciuta, anche numericamente. «In effetti sì. Ho sei dipendenti, due collaboratori e il lavoro non manca. Anche se in questa professione più che l'aspetto economico conta la passione. Il piacere di riportare alla luce e restituire alla comunità il proprio patrimonio artistico e culturale è la remunerazione più grande». Intanto è cresciuta anche la sua famiglia. Riesce a conciliare le cose? «Con una figlia di tredici anni e un figlio di nove non sempre è facile. Una grande mano me la dà mio marito. Oltre a curare tutta la parte amministrativa in azienda, insieme ci occupiamo di casa e famiglia».