DIRETTORE ARCHIVO DI STATO L'aver assistito ad alcune iniziative cittadine in tema di valorizzazione dei beni culturali mi induce ad alcune apparentemente eretiche ma giustificate considerazioni. Nel dicembre 2009 la Camera di commercio presentava un pregevole catalogo delle sue opere pittoriche. Nel novembre scorso, nel consueto resoconto annuale delle meritorie iniziative della Fondazione Cassa di Risparmi, il vescovo ringraziava del contributo al completamento del secondo lotto del Museo Diocesano, mentre il professor Farinella assicurava la prossima apertura al secondo piano della sede della Cassa di Risparmi della collezione d'arte di proprietà della Fondazione. Molti sono stati anche in passato gli interventi della Fondazione, e naturalmente dei proprietari, sui più vari musei e beni museali, pubblici e privati, ma mi sembra che molti rischiano di inaridirsi in progetti autoreferenziali e senza duraturi risultati. Nell'attuale declinante società postindustriale, dove le risorse si restringono, è ormai imperativo razionalizzare gli interventi per massimizzarne l'efficacia, e il settore dei beni culturali è quello dove è ancora possibile investire con ragionevoli aspettative di ritorni di civile progresso, risultati economici e sbocchi occupazionali, ma a precise condizioni. Livorno vanta infatti un patrimonio artistico discreto ma disperso, che solo se lo si studia e mette insieme per fare massa critica è in grado di competere a livello turistico (con un'adeguata "introduzione"), nonché a livello di studi e d'industria culturale, essendo la città "specializzata" in alcuni temi storici che neanche quelle d'arte toscane possono vantare. Questa massa critica può però nascere dal consorzio degli enti pubblici, religiosi e anche privati (penso al prezioso museo della famiglia Sgarallino), coordinato e partecipato dall'ente pubblico locale: il Comune. Comprendo che proporre di mettere sotto uno stesso tetto il museo diocesano e il museo della Comunità ebraica è qualcosa di equivalente a un'eresia, ma è necessario capire anche che le guerre di religione sono finite e ha fatto il suo irreversibile tempo anche il semimillenario "cuius regio, eius religio", soprattutto se declinato in tema di beni culturali e soprattutto davanti allo storico melting pot di Livorno. Un'unica grande raccolta di beni artistici e storici quindi, magari esposta dentro il semivuoto Palazzo Grande, che ancora ci si attarda a biasimare come uno spregio storico e invece dovrebbe essere valorizzato e fatto visitare nel contesto dei contigui palazzi del Governo, Comune Nuovo, Provincia, Inps come una non usuale zona in Italia di architettura razionalista, ideata da un accademico come Marcello Piacentini. Quale sarebbe il vantaggio per i soggetti che consorzierebbero i loro beni? Risparmi di gestione ma anche, e soprattutto, un rafforzamento della propria identità e la valorizzazione permanente che oggi non c'è perché, diciamolo, a vedere questi musei ci va e continueranno ad andare pochissime persone. Nel resto d'Italia - e lasciamo stare le grandi città - si stanno pensando poli museali che, come quelli attualmente in progetto nel Mezzogiorno, vogliono essere di eccellenza. Un partecipato polo museale livornese, diamo questo nome per dare il senso dell'autonomia scientifica e organizzativa dei soggetti aderenti, può diventare il fulcro di un'offerta culturale di elevata qualità, in grado di trainare la crescita economica e sociale. Adeguatamente sostenuto dagli enti finanziatori, il polo museale può infatti sperimentare avanzati modelli di gestione, basati sull'interlocuzione scientifica con l'Università e il rafforzamento delle relazioni economiche con il territorio di riferimento. Insomma, per Livorno ancora una volta la capacità di rompere confini politici e pregiudizi culturali, come ha mostrato di saper ben fare nel suo passato. Il mondo cambia, cambiamo il mondo, anche quello culturale.