Il mondo s'impegni per salvare Pompei. Perché non «internazionalizzare l'onere», impegnandoci in uno sforzo globale? Perché mai, infatti, dovrebbero essere unicamente gli italiani a portare il peso della conservazione? Docente di Storia antica Università di Cambridge La città di Pompei è andata più volte soggetta a disastri. L'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. è solo il più grande e il più noto. Diciassette anni prima, nel 62, era stata scossa da un forte terremoto, che rese inabitabili molti degli edifici principali. Quasi altrettanto seri sono stati gli attacchi che ha subìto in tempi recenti, dopo che la città è stata liberata dai detriti vulcanici. Turisti Visitatori tra le piccole strade del sito archeologico di Pompei. A destra, le transenne dopo il crollo delle mura della Casa del Moralista, da sempre chiusa al pubblico Un episodio particolarmente deplorevole fu il bombardamento nel 1943 da parte degli inglesi e delle forze alleate, convinti che i tedeschi si nascondessero nell'antica città o nelle sue vicinanze. I danni furono terribili, e a tutt'oggi ancora non del tutto riparati. L'area più colpita e devastata fu quella vicino al foro, dove attualmente si trova il ristorante moderno lì costruito soltanto perché non era possibile restaurare quello andato perduto su quella parte del sito. Forse un ristoro per i turisti assetati, ma anche una memoria permanente degli insulti della guerra. Ora è vero che c'erano alcuni nemici nelle vicinanze, ma di certo non costituivano una minaccia strategica per gli interessi alleati tale da giustificare un paio di giorni di pesanti bombardamenti. Più di recente, i danni sono venuti da «fuoco amico»: non da operazioni militari nemiche, ma dall'azione di «logoramento» dei milioni di amanti di Pompei che vi si accalcano ogni anno; e dai graduali processi di decadimento e disintegrazione che affliggono tutte le rovine antiche. Negli ultimi anni si sono verificati crolli drammatici, e molto pubblicizzati, di mura ed edifici sul sito. Il più grave è stato il crollo che ha interessato la cosiddetta «Casa dei Gladiatori» il 6 novembre scorso. Vale la pena di mettere a fuoco alcuni dati di fatto. In primo luogo, sebbene i giornali internazionali fossero affascinati (come al solito) dall'idea romantica dei gladiatori, non esiste alcuna chiara connessione fra questa singolare casa, che si affaccia sulla Via dell'Abbondanza, e i lottatori che combattevano nell'anfiteatro locale. È vero che presentava una serie di dipinti con armi e armature, e che c'è una relazione di scavo non autenticata, e probabilmente errata, secondo cui quando fu scoperta nella stanza che affaccia sulla strada c'erano credenze contenenti armi. Ma non c'è alcuna ragione per collegare tutto ciò ai gladiatori dell'arena, e tanto meno per immaginare che essi vivessero effettivamente qui. Ci sono molte altre ipotesi, più o meno plausibili, circa il suo uso. Era forse, come alcuni hanno suggerito, un archivio locale? Oppure la sede di una qualche organizzazione giovanile del luogo? Gladiatori o no che fossero, la casa è ora purtroppo sbriciolata. Di chi la colpa? Quando il disgraziato evento si è verificato, è stato troppo facile per chiunque puntare il dito contro chi non gli andava a genio. Per alcuni, la colpa è del governo, per altri della Soprintendenza di Pompei. Per alcuni l'evento è stato una conferma evidente delle ragioni per privatizzare il sito, per altri è stato una prova della scarsezza dei finanziamenti da parte del governo. In realtà, non c'è motivo di addossare la colpa a nessuno (anche se può piacere trovare qualcuno cui attribuire la responsabilità). Il crollo è stato l'effetto combinato di due fattori ineliminabili, a cui non si può far fronte con tutto l'oro del mondo. Prima di tutto, le rovine non durano. È regola ferrea che vadano sempre più in rovina e alla fine cadano completamente. L'«essere in rovina» non è uno stato naturale o stabile. Tenerle in piedi è sempre una lotta contro i processi della natura. Già solo gli interventi per impedire con i diserbanti la crescita eccessiva di erbe dannose costano più di quanto il visitatore medio possa immaginare. Nell'antica Pompei, inoltre, edifici come quello crollato erano costruiti per durare all'incirca un centinaio d'anni, non di più. Non c'è dunque da meravigliarsi che abbiano difficoltà a durare 2000 anni. E per di più la Casa dei Gladiatori è uno dei siti colpiti dai bombardamenti alleati, ciò che di sicuro non ha aiutato gli sforzi di conservarlo in piedi (sicché gli inglesi, detto per inciso, non hanno tanto da indignarsi per il recente crollo). Il secondo problema è determinato dalle specifiche difficoltà naturali del sito e dal tipo di turismo. Una delle ragioni per cui la Casa dei Gladiatori è crollata ha a che fare con la topografia del relativo scavo. Pompei è scavata solo per due terzi. Questa casa si trova proprio al margine dell'area scavata: il terreno non scavato a ridosso di essa si espande quando piove e spinge con forza contro i resti scavati sui suoi margini. Di qui la fragilità della Casa dei Gladiatori. Fragilità accresciuta dalla pressione esercitata dagli odierni visitatori, che percorrono le strade, toccano muri, si siedono sui gradini. Il turismo è di certo piacevole, ma ai fini della conservazione non si può dire che porti beneficio. Allora, che fare? La privatizzazione è un'idea senza speranza. Se conservare il sito va oltre le possibilità del potere e dei fondi dello Stato, certamente supera le possibilità di una società privata. Sappiamo bene quello che potrebbe accadere: un'iniziale iniezione di denaro, qualche pranzo societario, poi condizioni finanziarie peggiori di prima. In alternativa, potremmo proteggere i resti dell'antica città avvolgendoli in un drappo, permettere ai turisti di visitare l'area lungo percorsi obbligati appositamente disegnati e incoraggiare la maggior parte di loro a visitare una realtà virtuale, una riproduzione del sito a Napoli. Ma il fascino di Pompei per i visitatori è proprio quello di potersi muovere, per una volta, all'interno di un'antica città girovagando a piacere. Perché privarli di una simile esperienza? Forse dovremmo avere il coraggio di pensare l'impensabile. Perché non fare tutto il possibile per conservare Pompei, impegnandoci in uno sforzo internazionale, anziché solo italiano (perché mai, infatti, dovrebbero essere unicamente gli italiani a portare il peso della conservazione per il solo fatto che quest'antica città oggi si trova in Italia)? Perché non procurarsi un catalogo dettagliato di tutto quello che ancora rimane sul sito (cosa che non è mai stata fatta in maniera sistematica)? E perché non continuare a permettere ai turisti di girare in maniera relativamente libera? E se poi qualche edificio crolla, è certamente spiacevole, ma non è la fine del mondo. Un terzo dell'area continua a non essere scavata, e rimane a disposizione delle generazioni future, che potranno scoprirla e goderne. Mary Beard insegna Storia antica all'Università di Cambridge. Sta per pubblicare il libro «Prima del fuoco. Pompei, storie di ogni giorno», edizioni Laterza.