BOLOGNA Prodi guida turistica? Non proprio. Ma quasi. «Da questa chiesa venne rubata una Madonna di Guido Reni e fu peggio di un terremoto. Ma poi quel dipinto è stato miracolosamente ritrovato». E ancora: «La bellezza di questa chiesa costruita dai teatini, e ce n'è un'altra simile a Palermo dedicata a San Giuseppe e un'altra ancora a Monaco di Baviera. A riprova di un comune linguaggio architettonico e spirituale che univa l'Europa già nel Seicento». E via così. Il Professore sia pure senza traduzione in giapponese e guardando la cupola non da sotto come una normale guida turistica ma da lontano, cioè in una sala per conferenze illustra la chiesa di San Bartolomeo. Di cui è parrocchiano da decenni e che sta nel cuore di Bologna, in mezzo alle due torri e a due passi da piazza Grande, come la chiama Lucio Dalla. Il leader dell'Ulivo partecipa alla giornata del Fai (Fondo italiano per l'ambiente). E già questa è una mossa politica: se si pensa che il Polo ha appena approvato in Senato, tra polemiche furibonde, la super-sanatoria per tutti gli abusi edilizi anche nelle aree protette. Quelli del Fai hanno preparato un appello a Ciampi, per impedire questo «orrendo scempio governativo ai danni del nostro paesaggio», il sindaco Cofferati lo firma subito e anche Prodi lo sottoscrive ma solo "idealmente". «Materialmente spiega lo firmerò quando scade il mio mandato europeo. Condivido in pieno il contenuto di questo appello al Capo dello Stato. Dobbiamo continuare a far belle le nostre città e non a devastarle. Compito di ogni generazion e è rendere più bello il proprio Paese. Mi chiedo se le due ultime generazioni abbiano rispettato questo compito politico e morale». Prodi, più che la chiesa di San Bartolomeo, racconta soprattutto il suo parroco: monsignor Gherardi. Dal 1999 non c'è più, ma per tanto tempo è stato il prete delle domeniche di Prodi, di Nino Andreatta e di altri amici. Gherardi ora è sepolto a Monte Sole, a fianco a Dossetti. Durante la guerra dava l'estrema unzione ai partigiani. Poi uno dei piccoli grandi animatori del Concilio Vaticano II, insieme al cardinal Lercaro. Tradusse il vangelo di Matteo in bolognese, credeva in un cristianesimo "dal basso" e racconta Prodi «ci diceva sempre: la mia chiesa è come una fermata dell'autobus». Insomma, un luogo aperto. E attraverso l'esperienza di Gherardi viene fuori in controluce una sorta di "altro cattolicesimo". Altro rispetto a quello di Buttiglione. Altro, perché molto più accogliente (anche nei confronti delle ragazze madri o dei gay) e molto Gad. La Grande Alleanza Democratica che vuole conciliare competitività e solidarietà può attingere quest'ultima, oltre che da Dossetti, da modelli più minuti ma profondamente "di base" come monsignor Gherardi. «Con lui incalza il Professore si parlava di tutto e quasi mai di politica in senso stretto. Sapeva vedere le cose nel profondo, senza rabbia, senza cattiveria. Questo è il suo insegnamento attualissimo». Anche se Edmondo Berselli che di Prodi è amico nel suo nuovo libro "Quel gran pezzo dell'Emilia" (Mondadori) non giura sull'anticattivismo del leader ulivista: «Sprizza bontà da tutti gli artigli». Ad ascoltare il Prodi storico-religioso c'è la Bologna di sempre, la Bologna più varia, la Bologna di Cofferati (ammesso che il Cinese sia davvero diventato bolognese), la Bologna del Mulino, la Bologna (ecco infatti il possibile presidente prossimo della Rai, Piero Gnudi) di quell'area politica e sociale che Berselli descrive così: «Qualcuno ironicamente la chiama area Prodi-Casini, un centrismo molto centrale dove le persone sono separate dalle logiche della politica ma condividono un'infinità di caratteristiche umane e psicologiche, una naturale furbizia e soprattutto l'insensibilità per qualsiasi riferimento astratto o discorso ideologico». Anche monsignor Gherardi era un po' così.