Ecco i motivi che rischiano di condannare a morte una delle più antiche linee ferrate italian Malinconia e tristezza. E' con queste sensazioni che si sale sul treno per Porretta Terme: cinquantadue minuti nel silenzio più assoluto, obliteratrici che non funzionano, sale d'aspetto chiuse e stazioni desolatamente vuote. Salire a bordo di uno dei 23 convogli (da Porretta a Bologna ce ne sono 44 al giorno, quasi il doppio) che quotidianamente servono i due versanti dell'Appennino aiuta a capire i motivi del perché questa linea rischia di chiudere i battenti. Sette, otto persone di media ad ogni viaggio ma «il mercoledì ed il sabato i passeggeri sono un po' di più perché a Pistoia c'è il mercato» dicono due ferrovieri che rimangono nell'anonimato. Quaranta chilometri che non finiscono mai. Si parte. Ore 8.25, treno in orario. Ma c'è qualcosa che non va. Complice l'inizio dei lavori per la nuova stazione di Pistoia, diverse corse per Porretta Terme sono spostate dal primo binario al quinto. Primo disguido: non funziona la macchinetta obliteratrice. Il guaio, in realtà, è che non ce n'è una in servizio in tutta la stazione e quindi è il capotreno a controllare ed "autografare" il biglietto: «Come mai non funzionano?» è la domanda. «E' finito l'inchiostro», risponde anche scherzando un ferroviere, ma «è da diversi giorni che tutte le macchinette sono fuori servizio». L'immenso vuoto che c'è. No, non è la canzone di Raf, ma ciò che si vede fuori dal finestrino. Prima sosta a Pistoia Ovest, l'emblema dello sporco e dell'incuria delle stazioni abbandonate da Trenitalia. E poi su con Valdibrana, a guardare il mondo dall'alto dai ponti di Piteccio ad una velocità non troppo elevata, «il limite massimo è 70 all'ora» raccontano sempre i ferrovieri, sbeffeggiare le auto in colonna al passaggio a livello delle Svolte fino alla prima sosta: Corbezzi. Persone sulla banchina: zero. Fuori dalla stazione: zero, ma il treno deve stare fermo perché un altro convoglio sta venendo giù da Porretta. E poi Castagno dove c'è rimasto soltanto un cartello pieno di ruggine con scritto "stazione climatica". Roba di 40 anni fa, quando da quelle parti di treni ne passavano molti di più. Foglie e alberi spogli. Seconda fermata: Sammommè. Nebbia, fitta, paesaggio desolante ed una stazione che si riconosce solo dal suo cartello (con il sottotitolo "Alcool"), una sala d'attesa buia e piena di foglie perché se non c'è nessuno a prendere il treno, figuriamoci se qualcuno alla sera può andare a chiudere la porta. E poi Pracchia, metà tragitto. Anche qui è il "deserto dei tartari" ma almeno c'è il monitor con l'orario delle partenze: per il resto, solo una biglietteria automatica (forse) funzionante. Inizia la discesa: Molino del Pallone, Biagioni-Lagacci fino a Ponte alla Venturina dove sembra di entrare in casa di qualcuno senza chiedere permesso. Da lì c'è il lento approdo a Porretta: tre chilometri ad una velocità che non supera i 20 all'ora fino ad uno stop improvviso. Cosa sarà successo? Il treno è stato fermato perché c'è un passaggio a livello che viene chiuso soltanto un minuto prima del suo arrivo. Finalmente Porretta: stazione ben tenuta, una persona alla biglietteria, tanto freddo ed i treni pronti per Bologna. Ma, quella, è un'altra storia. Cosa ne pensano. «Il pericolo più grosso sono gli animali» dicono due ferrovieri in servizio, «perché possono sbucarti da un momento all'altro, in particolar modo caprioli e cervi. In questo periodo dell'anno, inoltre, c'è anche il problema delle foglie che con la pioggia e l'umidità rendono la rotaia sdrucciolevole e ci sono problemi sia in trazione che in frenata, peggio che con la neve». Quello che viene da chiedersi, però, è perché su questi convogli c'è così poca gente? «Se ci fossero più coincidenze con Firenze - continuano i ferrovieri - i pendolari lo prenderebbero più volentieri, invece a volte c'è da aspettare mezz'ora. E lo stesso dicasi a Porretta per andare a Bologna: cinque minuti di differenza sono troppo pochi e se c'è un minimo problema bisogna aspettare anche quaranta minuti».