Se la storia della letteratura fosse fatta di autografi oggi non avremmo tutto il Dante che abbiamo. La Commedia sarebbe stata probabilmente distrutta dall'usura e la conosceremmo solo in copia (così come è avvenuto per la «scuola del mondo», cioè i cartoni di Leonardo e Michelangelo per le Battaglie in Palazzo Vecchio a Firenze), e non so se avremmo la Vita nuova: certo non le Rime per intero, né tantomeno il De monarchia. Ecco, la storia dell'arte è fatta di autografi. Quando Roberto Longhi chiese per una mostra un certo codice miniato, ricevette un geniale telegramma da parte del consiglio comunale del paese lombardo che lo possedeva: «Spiacenti non poter concedere prestito oggetto in parola perché ne abbiamo uno solo». In arte ne abbiamo sempre uno solo, e quando piove sul muro a cui sta appeso il Crocifisso di Giorgio Vasari a San Giovanni a Carbonara è come se, non so, un canto della Gerusalemme liberata rischiasse di sparire per sempre a causa di un tubo rotto in biblioteca. E la superba «biblioteca artistica» che è la Napoli sacra è piena di tubi rotti: piove a San Pietro Martire, piove in un luogo simbolo dell'arte barocca come Santi Apostoli e piove da altri mille soffitti. Lo Stato dispone di un corpo di pompieri capace di riparare questi «tubi» e di mettere in sicurezza il patrimonio, e questi pompieri sono le soprintendenze. Solo che, da anni, a questo corpo non si permette di lavorare: non se ne rinnovano i ranghi, lo si maltratta in ogni modo e, soprattutto, non se ne finanzia più l'operatività. Oggi a Napoli, semplicemente, le soprintendenze non hanno un euro con cui tappare i buchi nelle finestre delle chiese. Questa drammatica linea politica ha caratterizzato governi di sinistra e di destra, ma ha toccato l'apice sotto Sandro Bondi, ed è per questo che (per la prima volta nella storia nazionale) gli storici dell'arte universitari hanno chiesto le dimissioni del ministro dei beni culturali con un appello uscito ieri sul Corriere. Tra le molte responsabilità di Bondi «appaiono particolarmente rilevanti l'aver trascurato la tutela in favore di una pretesa valorizzazione mediatica e commerciale; il disprezzo verso le competenze tecniche presenti all'interno del suo ministero e l'incapacità di favorirne il ricambio; il ricorso indiscriminato al discutibile istituto del ''commissario''». Ciò non vuol dire che le soprintendenze napoletane non abbiano responsabilità: ci si chiede, per esempio, perché quella preposta ai monumenti (alla quale toccherebbe far sì che non piova nelle chiese) preferisca dedicarsi ad un discutibile mecenatismo, con i risultati visibili nel giardino di Palazzo Reale. Nel caso del mirabile Crocifisso vasariano è possibile che debba intervenire d'urgenza l'altra soprintendenza, rimuovendo l'opera dalla chiesa e portandola in un museo. Ma sarebbe come amputare un arto per salvare il paziente: una misura necessaria, ma tragica. L'autobiografia di Vasari ricorda i «ventiquattro quadri di storie del Testamento Vecchio e della vita di S. Giovanni Batista, i quali furono messi intorno alle spalliere e sopra gl'armarii di noce fatti con mia disegni et architettura, nella sagrestia di San Giovanni Carbonaro convento de' frati eremitani osservanti di Santo Agostino, ai quali poco innanzi avea dipinto in una cappella fuor della chiesa in tavola un Cristo crucifisso, con ricco e vario ornamento di stucco, a richiesta del Seripando lor generale, che fu poi cardinale». Due destini diversi sono toccati a queste opere nate nello stesso tempo: tra due settimane le storie (musealizzate, non senza vicissitudini, da tempo) saranno visibili, restaurate e festeggiate, a Capodimonte (sperabilmente per restarci), mentre il Crocifisso rischia di perire perché è rimasto (più o meno) nel luogo per cui era nato. Vorremmo vivere un tempo in cui non fosse più necessario salvare le opere d'arte strappandole dai contesti che le hanno viste nascere. Per far questo abbiamo bisogno di buona politica e di soldi, ma soprattutto dobbiamo tornare a dire che la storia dell'arte non è la successione ordinata di stili delle enciclopedie, o la galleria di capolavori «assoluti» dei grandi musei, o peggio dei manuali, dei libri patinati, e delle collane da edicola. E che essa è invece la somma, la convivenza, il palinsesto, felicemente impuro e compromesso, del vecchio e del nuovo: un intreccio millenario che ci avvolge, e che segna ogni edificio e ogni contrada del nostro Paese. Il quale Paese non è un museo diffuso, non è il «Museo Italia»: ma un organismo vivo, un ambiente culturale in cui la natura e l'arte sono tanto cementate dalla storia da non potersi salvare l'una senza l'altra. Per questo l'unica buona notizia in questa vicenda è l'accorata e civile denuncia del Comitato Portosalvo. Per questo il futuro del nostro patrimonio è affidato (ancor più che ai ministri e alle leggi) a iniziative come l'Adotta un monumento di Napoli 99, cioè a progetti di formazione capaci di rendere le prossime generazioni consapevoli che salvare il Crocifisso di Vasari, e salvarlo senza spostarlo da San Giovanni a Carbonara, è come impedire che si spenga un neurone nella nostra mente collettiva. Un neurone che non potrebbe più riaccendersi.