PITTURA. Un autorevole studio dà giustizia a uno studioso snobbato Gian Lorenzo Mellini, critico d'arte assunto a Castelvecchio da Magagnato, identificò nel 1984 l'autoritratto del maestro La figura di Gian Lorenzo Mellini dopo una vita intera dedicata alla storia dell'arte e specialmente a quella veronese del Trecento-Quattrocento è clamorosamente riemersa dallo spesso silenzio. L'occasione è coincisa con la presentazione alla Biblioteca Nazionale di Firenze del volume Raffaello universale di Claudio Strinati e Alessandro Vezzosi (editore Scripta Maneant) che ha offerto la conferma, ormai riconosciuta dalla critica, di un nuovo autoritratto del pittore urbinate, già scoperto nel 1984 dal Mellini. Il dipinto, proveniente da una collezione privata, con il corredo di una vecchia expertise di Mario Salmi, è stato lungamente studiato e quindi accreditato a Raffaello dallo stesso Mellini, che nel 1984 aveva ottenuto dal sovrintendente Antonio Paolucci già titolare dell'ufficio a Verona, poi ministro per i Beni culturali, ora direttore dei Musei vaticani il permesso di confrontarlo con l'esemplare in possesso degli Uffizi. L'avvenimento inconsueto, ripreso dalla stampa, non ebbe ripercussioni nel mondo degli studi e del mercato, neppure dopo il suo intervento sulla rivista Labyrinthos del 1995, nel saggio Raffaello in un ritratto di se medesimo. Ora Strinati e Vezzosi hanno definitivamente e argomentatamente confermato l'attribuzione di Mellini del secondo autoritratto a Raffaello. Ma chi era Gian Lorenzo Mellini, scomparso nel 2002 a Firenze ? Lo abbiamo chiesto al pittore veronese Francesco Arduini, collaboratore e membro del comitato scientifico della rivista Labyrinthos, fondata nel 1982 dallo stesso storico dell'arte veronese. «Ho incontrato Gian Lorenzo nei primi anni Sessanta, quando si interessava ai pittori e scultori locali. Era un brillante studente del Maffei, allievo di Antonio Avena, il geniale direttore dei musei veronesi e inventore della casa di Giulietta, e sin da allora si era interessato alla vicenda storico artistica della Verona scaligera. Dopo la maturità, Mellini aveva ottenuto il difficile accesso alla Normale di Pisa, nel dipartimento di storia dell'arte diretto da Carlo Ludovico Ragghianti. Raggiunta la laurea nel '58 era stato chiamato a collaborare alla rivista La critica d'arte e a Selearte, una popolare e fortunata pubblicazione di Ragghianti, di larghissima diffusione. Nel frattempo Mellini approfondiva i suoi studi sull'arte locale veronese e nel 1959 riscopriva gli affreschi residui di Altichiero nei sott'archi della Loggia di Cansignorio nell'attuale cortile della prefettura». Come si sviluppò poi l'attivita critica di Mellini? «In quegli anni fu assunto al Museo di Castelvecchio, allora diretto da Licisco Magagnato, mentre era intento a scrivere la monografia Altichiero e Jacopo Avanzo (edizioni di Comunità, 1965). Contemporaneamente si dedicava alla rivalutazione della pittura, della miniatura e della scultura trecentesche veronesi, nonché della più importante bottega di scultura del periodo, condotta per un secolo da Rigino di Enrico e del figlio Giovanni di Rigino, autori delle arche di Castelbarco, di Cangrande e Mastino II, la cui monografia fu edita dalla Cassa di risparmio di Verona nel 1972, con il corredo di numerose foto e documenti probanti. Dopo aver lasciato quasi subito il museo veronese, Mellini si trasferì all'Istituto d'arte di Pistoia e poi in quello di Firenze, prima di ottenere. alla metà degli anni Settanta, la cattedra di storia dell'arte all'Università di Torino. Là si era trovato in un ambiente difficile e dopo un decennio lasciò l'insegnamento per problemi di salute. Nel 1982 fondò la rivista Labyrinthos, uscita fino alla sua improvvisa scomparsa nel 2002». CHE TIPO ERA Mellini? «Potrei definirlo un carattere molto sensibile, ombroso e poco conciliante, anche se aperto e generoso con gli garbava. Probabilmente furono questi i fattori che non lo favorirono negli aspetti pratici della sua carriera». QUALI ALTRI interessi coltivava, oltre la storia dell'arte? «La sua rivista era inizialmente orientata all'arte neoclassica, al Canova, all'Appiani, che rappresentavano lo snodo per la nascita dell'arte contemporanea. Dopo la famosa mostra del 1984 a Castelvecchio sulle stoffe di Cangrande, diretta da Magagnato, a cui aveva collaborato insieme al sottoscritto, riprese di nuovo gli studi sull'arte del Tardomedioevo scaligero, sulla scultura federiciana, su Giovanni Pisano, a cui aveva dedicato una monografia, e su Bonino da Campione, autore dell'arca di Cansignorio. L'ultimo suo lavoro di argomento veronese fu quello sui bronzi del portale di San Zeno». Ma come avvenne l'identificazione del nuovo ritratto di Raffaello? «Ricordo», continua Arduini, «che vidi a casa di Mellini l'autoritratto di Raffaello, che mi aveva fortemente colpito per la qualità formale rispetto a quello degli Uffizi. Mi parve un ritrovamento straordinario, che pur entro lo schema dell'effige fiorentina carente dal punto di vista della conservazione nella resa dei volumi e del disegno come nella mesta colorazione manifestava un dipinto di gran lunga superiore per la morbida pienezza dell'incarnato, per la incisiva sicurezza del disegno e del colore. In seguito tornammo spesso sull'argomento e Mellini mi manifestò la sua profonda delusione per il silenzio della critica seguito al confronto diretto nella sala degli Uffizi. Dopo un quarto di secolo», conclude con soddisfazione l'amico dello scomparso critico veronese, «gli è stata resa finalmente giustizia».
Quel vero Raffaello Confermata scoperta veronese
Gian Lorenzo Mellini, un critico d'arte veronese, aveva identificato nel 1984 un autoritratto di Raffaello, che proveniva da una collezione privata. Il dipinto era stato studiato e accreditato a Raffaello dallo stesso Mellini, che aveva confrontato il dipinto con l'esemplare in possesso degli Uffizi. Tuttavia, l'avvenimento non ebbe ripercussioni nel mondo degli studi e del mercato. Ora, un volume pubblicato alla Biblioteca Nazionale di Firenze ha confermato definitivamente l'attribuzione del dipinto a Raffaello. Mellini era un carattere sensibile e ombroso, ma aperto e generoso con gli amici.
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