«Totocrollo» è il titolo di un finto gioco che circola da ieri in rete. «Quale domus crollerà domani a Pompei? Gioca anche tu, è semplice!». E oramai stanno giocando tutti, tra veri e falsi allarmi. L'ultimo, sempre di ieri, riguarda la domus di Trebio Valente che sta sull'oramai famoso lato nord di via dell'Abbondanza, a pochi metri dalla Schola Armaturarum caduta il 6 novembre scorso (e dalla domus del Moralista dove un muro ha ceduto tre giorni fa). Anche alla domus di Trebio Valente, secondo la Uil beni culturali, sarebbero crollati tre metri di un muro antico confinante col medesimo terrapieno franoso che ha causato gli incidenti dei giorni scorsi. Ma la Soprintendenza di Pompei smentisce l'allarme ricordando un piccolo cedimento avvenuto già il 6 novembre, a seguito del quale alcuni muri di quella e di altre domus sono stati puntellati a scopo precauzionale. Un'opera evidentemente non sufficiente ad affrontare le pesanti piogge di questi giorni. «È una delle aree di maggiore sofferenza della città» ricorda Carmine Gambardella, preside della Facoltà di Architettura della Seconda università di Napoli e presidente di Benecon, il centro regionale che dal 2007 indaga lo stato di salute degli edifici di Pompei utilizzando immagini da satellite e rilevamenti con sensori sofisticatissimi. «Già allora avevamo lanciato l'allarme: lì bisogna incanalare al più presto le acque per evitare danni ancora peggiori». Invece per ora si puntella e si «alleggerisce il terrapieno». - come dice il comunicato della Soprintendenza - in attesa che arrivi l'annunciata «task force di archeologi, architetti e operai specializzati» per mettere in opera un «piano straordinario di manutenzione». Così almeno si è deciso giovedì alla riunione per Pompei convocata dal ministro Bondi, assieme al ripristino della Soprintendenza autonoma di Pompei (senza Napoli) e al conferimento al soprintendente di «poteri più incisivi». Giovedì si è dunque deciso di lasciar fare ai tecnici competenti, accantonando (per ora?) ogni ipotesi di manager, fondazioni o commissari. Sempre che questi tecnici arrivino al più presto, a partire dal soprintendente visto che l'attuale è in scadenza. E che vengano effettivamente dotati degli strumenti - finanziari, materiali e amministrativi - idonei ad agire. Pompei non può attendere ancora. Non potrebbe. Perché serve il via libera del Governo. «Aspettiamo di vedere un Consiglio dei ministri specifico sui beni culturali e su Pompe », dice un comunicato della UiL. Aspetta anche l'Unesco che proprio in questi giorni ha inviato i suoi esperti nelle terre vesuviane: ora rischiamo davvero il rischioso inserimento nella lista dei beni dell'umanità in pericolo. L'Italia deve agire. O dovrebbe mobilitarsi piuttosto il mondo intero? Lo dice lo storico dell'arte Philippe Daverio, lo dice l'antichista di Cambridge Mary Beard: i luoghi di grande rilevanza e grande impegno conservativo, come Pompei o Machu Picchu, dovrebbero essere affidati alla tutela dei caschi blu dell'arte. Ma forse, più realisticamente, bisognerebbe ascoltare un giovane archeologo olandese, Miko Flohr. Nel suo sito internet (http:www.mikoflohr.nlarchaeology) ci ricorda che conservare per sempre tutti i nostri siti archeologici è un'illusione, ed economicamente una follia. Specie le grandi città antiche portate alla luce più o meno un secolo fa (Pompei, Ercolano, Ostia, Efeso, Delo) e che ora mostrano tutte le loro fragilità. Forse bisognerebbe studiare seriamente cosa continuare a conservare e cosa no. Ora non è più il tempo della «conservazione programmata» ma quello della «rovina programmata». Anche per questo però serve un piano. A Pompei oggi non c'è.