Nella sua più che millenaria storia, Nisida ha conosciuto, ma soprattutto condiviso, più di un avvenimento. È qui che, narra la leggenda, Bruto congiurò contro Cesare, mentre Plinio, Colummella, Boccaccio e Croce ne apprezzarono l'amenità dei luoghi e i frutti della natura. Pontano e Sannazaro gli dedicarono versi appassionati e Giovanni Piccolomini, il duca di Amalfi, vi costruì nel XVI secolo un castello sulla sommità, facendo assurgere l'isola al ruolo di «richiamo della società elegante» dell'epoca. Più recentemente, e disgraziatamente, la più piccola delle isole del golfo di Napoli, quella con «il più dolce nome della topografia di Napoli», come ebbe a definirla in una delle sue Passeggiate Amedeo Maiuri, ha ospitato lazzaretti, penitenziari, carceri e riformatori divenendo così, per molte generazioni d'uomini che l'hanno conosciuta, i soli, un luogo di segregazione e pena, di espiazione e dolore. Un susseguirsi di storie e accadimenti che non hanno turbato più di tanto l'isola dedicata alla ninfa figlia di Nereo e Doride: nemmeno quando, a metà degli anni cinquanta del secolo scorso, sotto i colpi di qualche dipendente dell'amministrazione carceraria è saltato uno «spicchio» della Torre dei Piccolomini per far posto ad una più moderna e confortevole palazzina di cemento armato. A tutto era pronta e preparata, Nisida, fuorché, forse, all'idea di fare i conti, agli inizi del terzo millennio, con i propositi di «cartolarizzazione» di Tremonti e Urbani. Perché, a ben vedere, proprio qui, a confine tra i golfi di Napoli e Pozzuoli, si consuma una vicenda suggestiva. Nisida è per gran parte della sua storia come negata nelle sue vocazioni, contraddetta nella natura e negli usi che l'uomo fa dei suoi spazi. Luogo ameno e dolce è, quasi sempre, destinata alla reclusione di infermi, appestati, ergastolani. Seppure quasi attaccata alla terraferma, nella baia di Coroglio, è come sospinta, allontanata e interdetta ai napoletani. Ma vi è, in questa strana condizione che ne caratterizza gran parte delle vicende, il presupposto della sua salvezza, della mancata manomissione. L'isola non conosce (a parte la ricordata, assurda storia del taglio della Torre) l'offesa dell'aggressione speculativa che pure, solo di fronte, costella la collina di Posillipo di costruzioni, più o meno abusive. Finché Nisida resta protetta dagli usi militari e carcerari, le tante fantasie che ruotano intorno a casinò e lottizzazioni, porti e alberghi, restano tali. È difficile pensare che, volendo fare soldi alienando parte del patrimonio pubblico, Nisida sia il cespite più adatto allo scopo, o il più appetibile per gli investitori. È solo il caso più emblematico di una condizione reale, ancorché difficile da risolvere: è giusto che lo stato dismetta parte dei suoi beni, spesso improduttivi, e si privatizzino aree ed edifici per scopi più attuali. Ma è altrettanto vero che una parte del patrimonio pubblico resti così come è, nel senso della proprietà, e si discuta piuttosto di progetti per il futuro, in grado questa volta di coniugare la conservazione e la tutela del bene anche alla sua valorizzazione e, perché no, alla sua socializzazione.
Servono le idee e non i soldi per quei tesori dello Stato
Nisida, un'isola nel golfo di Napoli, ha una storia millenaria. È stata luogo di congiure, come quella di Bruto contro Cesare, e di apprezzamento per la sua bellezza naturale. È stata anche oggetto di costruzioni, come il castello costruito dal duca di Amalfi nel XVI secolo. Tuttavia, negli ultimi secoli, l'isola è stata utilizzata come luogo di segregazione e pena, con l'istallazione di lazzaretti, penitenziari, carceri e riformatori. Negli anni '50 del secolo scorso, è stato costruito un nuovo edificio per sostituire la Torre dei Piccolomini.
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