Ha percorso due chilometri e mezzo, ma è stato il tragitto più importante della sua vita (di quadro). Il Quarto Stato, dipinto terminato da Pellizza da Volpedo nel 1901, ha lasciato per sempre la sua sala (sigillo temporale alla pittura dell'800) alla Galleria d'Arte moderna a Milano, a Villa Reale. Lasciando un vuoto affettivo anche nei custodi che finora l'avevano accudito come il gioiello più amato della Galleria. Ma ora sarà l'icona simbolo nel nuovo Museo del 900 a Milano, all'Arengario, in piazza del Duomo. Non una scelta qualsiasi quella di spostarlo: ha perso la sua visibilità ovattata ma densa di significati, per acquistarne un'altra, più da devozione di massa. Ma la diversa collocazione da quell'ampia e silenziosa "sala di meditazione" nella Villa Reale (attorno al dipinto - senza vetro - vi erano opere sulla condizione umana di povertà, come il bronzo del Minatore di Enrico Butti o quello del bambino, garzone di fornaio del Lavoro notturno di Antonio Carminati, più altre tele di Pellizza) a un iconico spazio nero, sul passaggio della rampa che via via ci sospinge ai piani del nuovo museo, facilmente provocherà un effetto "ingorgo" da sosta, davanti a quest'immagine molto nota, trasposta anche nel film di Bertolucci. Ma, di giorno come di notte, guardando oltre la vetrata e la "rete da basket" a rombi d'acciaio dell'Arengario, sarà visibile ai passanti. Certo il Quarto Stato non sarà più "libero": anche il vetro della teca che racchiude il dipinto mette distanza, abituati com'eravamo a sentire fisicamente, da pari a pari, l'avanzata di quei lavoratori in sciopero, manifesto di un socialismo storico (di Greppi, Mondolfo, Faravelli) che tanta parte ha avuto nella storia di Milano. Questo museo del 900, che aprirà i battenti al pubblico il 6 dicembre e che fino a fine febbraio sarà visitabile gratuitamente, entra subito in rete con la città a partire dal sottosuolo (scavando sono emersi il vespaio di una casa romana e delle tumulazioni), connettendosi a una galleria sotterranea della metropolitana gialla (la 3), con una "fermata" culturale. E sarà il restaurato gruppo scultoreo di de Chirico, quello che era alla Triennale, a invogliare i passeggeri e i visitatori a entrare. COLONNE DI GRANITO NERO L'Arengario, l'edificio trasformato in museo, da 65 anni alla ricerca di un'identità, ha finalmente trovato pace, dal punto di vista della destinazione d'uso (fu pensato dapprima come museo della nascita del Fascismo, e negli anni 80 è stato anche Palazzo del Turismo). Là dove un tempo passava il tram sotto i portici, ora c'è l'ingresso del museo che conserva quattro magnifiche colonne anni 30, di granito nero. Scavando nella storia dell'Arengario affiora anche la storia del capoluogo lombardo ai tempi del fascismo, con architetti di grido come Portaluppi e Piacentini impegnati, nel 1926, a ridisegnare la Piazza, progetti che adottano un linguaggio moderno. L'Arengario (bombardato nel 1942) porta le firme di quattro architetti italiani di gran nome: Griffini, Portaluppi, Muzio e Magistretti, ai quali oggi si aggiungono quelle di Italo Rota e di Fabio Fornasari che hanno messo mano alla storicità di quest'edificio incompiuto per traguardarlo nella contemporaneità (quasi 28 milioni di euro spesi. 8.200 metri quadrati di spazi, di cui 4.500 espositivi), facendo un'operazione di inversione laddove nell'architettura c'era il vuoto interno ora c'è la pienezza delle sale allestite con le opere. Cantiere iniziato e finito in mille e 100 giorni, come sottolinea a grassetto il sindaco Letizia Moratti. In un'epoca in cui l'arte contemporanea prevale su quella moderna, inaugurare un museo del 900 è quasi in controtendenza. «Dovendo scegliere se aprire prima il museo del 900 o il museo di arte contemporanea, non abbiamo avuto dubbi nel valorizzare un capitolo della storia passata, con degli artisti protagonisti assoluti della scena internazionale: una casa si costruisce dalle fondamenta, non dal tetto., afferma il sindaco. Museo, che conta una solida collezione (350 opere, sulle quattromila catalogate, lasciano finalmente i depositi) arricchita anche da lavori dell'Arte programmata, dell'Arte povera (nell'ala di Palazzo Reale) e da un'installazione di Mimmo Paladino all'ingresso (cento scarpette d'argento). E museo che fa da pietra angolare a una rinascita di Milano, in attesa della Grande Brera e del museo del contemporaneo di Libeskind, per il quale il sindaco assicura procedure altrettanto rapide (2013, l'apertura). Museo del 900 che va visto però anche come Galleria civica, con opere acquisite nel tempo dal Comune (nel 1992 i quaranta dipinti della Jucker: Kandinskij, Picasso, Boccioni, Modigliani). O avute per donazione (le duemila opere della Boschi-Di Stefano), o per lascito testamentario (dalla Grassi arriva la celebre Bambina che corre sul balcone di Balla, in deposito da Villa Reale) o per comodato (Luciano Fabro). FLUORESCENZA AZZURRATA La scultura avrà un punto di forza nelle stanze dedicate ai cavalli, cavalieri e Pomone di Marino Marini (77 lavori). Mentre riferimento per gli studiosi sarà, qui al museo, l'Archivio donato da una storica del 900, la scomparsa gallerista Claudia Gian Ferrari. «Vogliamo che passi il concetto, sicuramente antimodaiolo, che questa è una collezione permanente e che l'allestimento non cambierà ogni sei mesi», afferma Marina Pugliese, che è stata Direttrice del progetto del Museo del 900. C'è una sala che racconta uno spaccato artistico a Milano: i disegni preparatori di grande dimensione che Carlo Carrà fece, tra il '35 e il '39, per due pitture murali del Palazzo di Giustizia (cartoni restaurati dalla Banca Popolare di Milano nel 2004). E poi l'Annunciazione di Martini (in pietra di Vicenza, "sfasciata" dalla cassa in quattro ore di lavoro tra carrucole e abilità manuale - dove la lentezza è un pregio - data la fragilità nonostante i suoi 1.400 chili), che lo scultore espose al Palazzo dell'Arte, alla X Triennale. Poco più in là, una scultura di Lucio Fontana, al quale il museo ha pensato in grande, anche quanto a spazi. A lui spetta l'onore di affacciarsi sulla piazza del Duomo e di richiamare con l'arabesco di luce fluorescente azzurrata di quella sua struttura al neon (costruita per la IX Triennale del 1951) lo sguardo che corre verso l'alto. L'ultimo piano, con tredici Concetti spaziali e un affresco su cemento armato, è proprio il trionfo dell'artista. Questo soffitto spaziale (dato in deposito dal ministero dei Beni culturali) ora pezzo museale, in realtà, nel 1956, decorava il soffitto del ristorante dell'Hotel del Golfo a Procchio, all'Isola d'Elba. Portarlo qui è stato un intervento di alta tecnologia (è fatto di 25 lastre del peso di 500 chili ciascuna), preceduto da un restauro che l'ha ripulito dai laterizi. «È stato costruito un solaio galleggiante su un solaio staccato da quello che regge il soffitto», spiega l'architetto Fornasari «per evitare il contatto fra le lastre c'è un sistema di monitoraggio al laser». E con questa visione della piazza immersa nei Fontana, riesce il coup de théàtre di questo museo (già sostenuto dall'associazione Amichae presieduta da Rita Caltagirone) e che si è imposto di essere friendly, specie verso chi è portatore di handicap. La rampa che costeggia una spirale giocata sull'ovale, è una "strada" che sale per 240 metri (con una pendenza dell'8), e rispecchia una formula di successo concepita da Frank Lloyd Wright per il Guggenheim di New York e da Jean Nouvel per il Quai Branly di Parigi. Ma qui il significato va al di là dell'estetica. .Il disabile, o l'anziano, non deve chiedere, deve subito trovarsi a suo agio, salire e godersi la visita», continua Fornasari. Occorrerà del tempo per capire a fondo questa idea di museo, che gioca su vari piani conoscitivi. Siamo ormai abituati al gigantismo dei musei e qui, invece, l'impressione è di entrare in sale piccole. .È solo una sensazione. Ci sono musei che sono una dichiarazione di potenza, quando vai al MoMa esci che spesso non ti ricordi tutto quello che hai visto. L'idea narrativa applicata qui è quella di trovarsi a tu per tu con delle opere che stavano appese ai muri nelle case di famiglie borghesi, mentre invece nella Manica lunga cambiano le proporzioni essendovi opere concepite per i musei», spiega l'architetto Italo Rota. Penso che i dipinti siano degli oggetti dormienti da attivare, che il visitatore debba mettersi in ascolto. Vorrei che i visitatori diventassero dei fan di questo museo e vi ritornassero, un museo che ha visitatori unici è destinato al fallimento. Come dice Paolo Fabbri il museo è una casa di custodia (una prigione per le opere). Può anche essere una casa di pena (vi portano quando voi non volete). Il museo, luogo di grandi piaceri, diversi, di perversioni da collezionisti. Ma forse oggi il museo è una casa di cura. Di che cosa? Degli occhi! A me gli occhi!».
Corriere della Sera
2 Dicembre 2010
✓ Entità verificate
Milano. E museo sia
FR
Francesca Pini
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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