L'archeologo-scrittore: stiamo facendo una figuraccia mondiale NAPOLI Professor Manfredi ha letto i giornali? Tre crolli in due giorni, la volontà del governo di istituire una Fondazione per gestire gli scavi di Pompei. Cosa ne pensa? «Penso che i beni culturali vadano gestiti con una visione dall'alto, come un tutt'uno. L'Italia è un paese unico al mondo. Altrove, all'estero ho visto legioni di crocieristi andare ad ammirare una colonna in parte anche di cemento. Pompei poi è un unicum nell'unicum. Una gestione di tipo privatistico non sarebbe giusta». Non sarebbe ideologicamente giusta? «Non dico questo. Non voglio passare tra coloro che dicono sempre non va. Perché poi abbiamo Napoli sommersa dai rifiuti. Lo stesso valga per tutto il resto». Qual è allora il modo giusto? «Ci vuole una saggezza di gestione. Vanno considerati gli organici». Cioè? «Pompei è un complesso povero, è un'edilizia popolare. Se calcoliamo che lo scavo ha duecento anni ed è all'aria aperta, va fatto un piano completo per una gestione continua non emergenziale». Cosa manca secondo lei? «Principalmente una quindicina di muratori esperti. Altrimenti stiamo solo aspettando che crolli. Per cui andiamo a spendere molti più soldi». Secondo lei a chi conviene la logica dell'emergenza? «Non credo che convenga a qualcuno, se non ai pochi che ci speculano. Se accade l'emergenza si accendono i riflettori e allora si dice facciamo in fretta e in furia e quindi stai alle condizioni di chi è più veloce. Se a Pompei invece di una pletora di personale che non serve, ripeto, avessimo 15 muratori fissi e selezionati, che tutto l'anno tengono dietro alla normale manutenzione quotidiana risolveremmo molto». Di cosa? «Anche di coprire. Perché le aree coperte si sono salvate, quelle non coperte si sgretolano». Soprintendente e ministro dicono: no agli allarmismi. «Per la verità vorremmo essere rassicurati. Non per parlare di brutte figure, che ne facciamo già troppe, ma vorrei ricordare che a Pompei passano 4 milioni di persone. E' possibile che la settima potenza del mondo non riesca a tenere dietro e in piedi un patrimonio come questo quando si sprecano valanghe di denaro pubblico? E' una questione di onore e di decenza. Ne va del buon nome, della fiducia, della rispettabilità del Paese. Poi trionfano i luoghi comuni e a sbarazzarcene ci vogliono secoli».