Bonami alla direttrice regionale: "Le risorse ci sono, mal spese" Ci vuole una grossa cultura di responsabilità da parte del pubblico, ma anche del privato. Però mi fa paura sentir parlare di valorizzazione Razionalizzazione dei costi, controllo dei finanziamenti, minori aiuti nella gestione da parte del pubblico, invito a trovare canali alternativi nel privato. Maria Virginia Tiraboschi, da poche settimane direttrice regionale di Cultura e Turismo, non ha usato mezzi termini ieri sulle pagine di Repubblica per annunciare che un nuovo corso, complice la crisi, è già iniziato. Le replica oggi Francesco Bonami, curatore indipendente a New York e direttore artistico della Fondazione Sandretto. Bonami, concorda che nel finanziamento alla cultura da parte del pubblico si debba oggi voltare pagina? «Guardi, su una cosa di sicuro concordo: le risorse in Italia ci sono, bisogna saperle utilizzare. Le cito solo un dato che mi fa rizzare i capelli, 79 milioni elargiti per Pompei in 30 mesi, con i risultati che vediamo. Concordo in particolare sulla necessità di razionalizzare i costi, nel senso che si deve capire come utilizzare i fondi a fronte di spese e riscontri effettivi. I tagli vanno fatti, ma solo dopo avere ragionato in termini di efficienza. Ci sono cose che ha detto nellintervista la direttrice Tiraboschi che invece mi lasciano perplesso». Ovvero? «Non so che cosa intenda per reingegnerizzazione della cultura, è un termine di cui ignoro il significato. E poi mi fa paura sentire parlare di valorizzazione, perché mi viene in mente il direttore Mario Resca, chiamato al ministero per i Beni culturali per valorizzare il nostro patrimonio, e anche lì si sono visti i risultati». Secondo lei è possibile che anche in Italia, come negli Stati Uniti, si arrivi a ottenere maggiori interventi dai privati? «Intanto inizierei a introdurre anche qui i 'matching funds. Un museo o una fondazione presentano un budget per esempio di un milione, il pubblico o il privato finanziano 500, ma solo se lente in questione garantisce di essersi procurato laltra metà. Ci vuole una grossa cultura di responsabilità da parte del pubblico, ma anche del privato. Credo però che in Italia manchi una coscienza civile dellimprenditoria privata». In che senso? «Nel senso che non si dovrebbe sponsorizzare un museo o una mostra solo per avere un ritorno di pubblicità e di immagine, ma anche per orgoglio civico. Perché una città con un museo più bello vale di più agli occhi nostri e di chi viene da fuori. È anche un modo per restituire qualcosa al territorio. Non vedo in Italia un Bill Gates che si dedica alla filantropia legata alleducazione pubblica, eppure gli imprenditori con mezzi, anche se minori dei suoi, non mancano. Negli Stati Uniti il finanziamento alla cultura dei privati è la norma. Quando ero a Chicago, tutti gli anni un cittadino firmava sotto i miei occhi un assegno di un milione e mezzo da destinare al Museo di arte contemporanea. È vero, lì ci sono le defiscalizzazioni, ma non sono lunico motivo di tanta generosità. Quellatteggiamento si chiama egoismo civico, nel senso che il bene civico è anche il proprio bene. Noi in Italia invece siamo solo egoisti e incivili».