Si fa presto a ridere della proposta di vendere il Colosseo avanzata dal leghista Giancarlo Pagliarini. Il fatto è che questa boutade è perfettamente conseguente alla logica che il ministro Siniscalco intende adottare per l'alienazione di parecchi beni pubblici. Quindi, al di là dei facili frizzi e lazzi suscitati da questa idea strampalata, la provocazione dell'esponente leghista dovrebbe piuttosto far riflettere sulla cattiva gestione del patrimonio pubblico che il governo Berlusconi ha già realizzato finora e si accinge a peggiorare nel futuro prossimo. Esemplare al riguardo è il confuso proposito annunciato di vendere alcune strade statali fra le più frequentate. Secondo quanto chiarito dallo stesso ministero dell'Economia, l'operazione dovrebbe comportare una cessione del bene che, però, lo Stato prenderebbe in affitto pagando un pedaggio o, meglio, un canone tale da remunerare non solo i costi della manutenzione, ma anche il capitale immobilizzato per l'acquisto. In sostanza: il bilancio pubblico beneficerebbe di un incasso immediato a fronte del quale, tuttavia, assumerebbe un onere permanente in termini di spesa corrente. Se poi, come - ahinoi! - è altamente probabile, l'acquirente di queste strade dovesse essere vuoi l'Anas vuoi altra azienda pubblica, al danno si aggiungerebbe pure la beffa. Perché tutta l'operazione si risolverebbe in uno spostamento del debito in una gestione esterna al perimetro stretto del bilancio dello Stato, mentre l'aggravio sui saldi della spesa corrente sarebbe effettivo e reale. Prima che si insediasse il governo Berlu-sconi, sembrava che nel Paese fosse maturata una più chiara consapevolezza del significato che il nostro abnorme debito pubblico comporta in termini di equilibri socio-economici. Nel senso che si era avvertita la necessità di arginare la crescita del debito in quanto essa rappresentava un sostegno al tenore di vita delle generazioni attuali a spese del reddito delle generazioni future e per ciò stesso sintomo allarmante di un paese malato che privilegiava il presente sull'avvenire, in una logica declinante verso il suicidio finanziario. Di qui la brusca svolta impressa dal governo Prodi-Ciampi, che ha piegato sostanziosamente al ribasso la curva del debito pubblico. Con Giulio Tremonti e ora con Domenico Siniscalco il cammino virtuoso si è interrotto è il conflitto d'interessi fra presente e futuro è tornato a farsi esplosivo. Già l'idea tremontiana di cedere immobili pubblici per finanziare il bilancio corrente appariva come un furto di garanzie patrimoniali per il debito scaricato sulle generazioni a venire. Adesso, peggio ancora, a fronte di cessioni si aggrava l'eredità per figli e nipoti con nuovi oneri per affitti, canoni, pedaggi e corvée di vario genere e fantasia contabili. Ha dichiarato il leghista Pagliarini che, quando ha sentito Siniscalco parlare di privatizzazione delle strade statali, gli «è venuto da ridere» e così sarebbe scaturita la sua gag sulla vendita anche del Colosseo. Francamente si stenta a vedere il lato comico della situazione perché, di barzelletta in barzelletta, il governo Berlusconi sta sfasciando il bilancio pubblico.