Lo sfacelo di Pompei - prima il crollo della Domus dei gladiatori, ieri quello di un muro perimetrale della Casa del moralista - che stupisce il mondo, è stato giustificato anche facendo ricorso all'adusata e abusata mancanza di personale e di mezzi. In realtà a Pompei erano - e sono - disponibili mezzi adeguati e personale sufficiente. Anzi, si è scoperto che i mezzi, cioè il danaro, non è non era carente, al contrario è addirittura esuberante, tanto che molti quattrini non venivano neppure spesi e molti altri sprecati. In quanto al personale presente, in realtà è invece piuttosto assente. E' emerso il dubbio che il personale sia presente-assente in quanto dedito a seconde e terze attività imperniate sullo sfruttamento di Pompei a beneficio proprio, come la vendita di mozzarelle e pizzette ai turisti, se non addirittura di sassetti e pietruzze ricordo, provenienti da quell'enorme massa di pietra che è la città dissepolta dalla eruzione dell'anno 79. Poi, sempre penetrando nel paludoso terreno del dubbio, sono venuti alla luce grandi mende: dalla carenza di manutenzione che, trattandosi di un tesoro archeologico di oltre duemila anni di età, dovrebbe essere attenta, costante, accurata e invece non lo è, agli errori tecnici quali l'impiego sulle antiche strutture murarie del cemento, che si gonfia danneggiando il sottostante laterizio bimillenario. Allora si è sfiorati dall'ipotesi che la causa di tutto possa essere ancora una volta ravvisata nel constatato fatto che, dove c'è odore di soldi, vi sia sempre in agguato chi allunga le mani per agguantarli, con le conseguenze implicite. Ipotesi che trova conferma nella notizia che l'Italia, nella graduatoria annualmente compilata dalla prestigiosa Transparency International è scivolata quest'anno nella 678 posizione. La classifica procede nel senso che ai primi posti figurano le nazioni percepite come caratterizzate da onestà, correttezza, comportamento morale nei rapporti interni ed esteri, fino a quelle che di tali qualità fanno disinvoltamente a meno. Attualmente, onore al merito, al primo posto per onestà c'è la Nuova Zelanda, seguita nell'ordine da Danimarca, Singapore, Svezia, Svizzera, Finlandia. In coda, agli ultimi tre posti, sono relegati Myammar (Birmania), Afghanistan e Somalia, che è 1808. L'Italia è 678, e nella mappa diffusa da Transparency International è l'unica nazione dell'Europa occidentale che figura in un bel color rosso fiamma. Non è preceduta solo dalle nazioni europee: anche Botswana, Namibia, Capo Verde, Ruanda, Samoa la sopravanzano con molte altre. Il sensazionale, comunque, non consiste tanto nella posizione che il Belpaese occupa nella classifica della pulizia, ma nel fatto che nella graduatoria del 2007 figurava in 418 posizione, nel 2008 nella 558, nel 2009 nella 63a e nel 2010 nella 67a. Il che vuol dire che nel breve arco di quattro anni è sdrucciolata di 26 posizioni e indubbiamente si tratta di un autentico primato, che consente di scommettere a cuor leggero su di un ulteriore prossimo peggioramento. Nel 2003 il governo Berlusconi aveva istituito un Alto Commissariato per la prevenzione e il contrasto alla corruzione, che il successivo governo Prodi aveva tentato invano di abolire nel 2006. Ce l'ha fatta Berlusconi, tornato al potere, con il decreto legge numero 112 del 15 agosto 2008 che aboliva, in quanto ente inutile, il Commissariato, giubilando il prefetto Vincenzo Grimaldi, che ne era titolare. Inutilmente da Strasburgo il presidente Drago Kos, del Gruppo contro la corruzione del Consiglio d'Europa di cui, tra l'altro, la stessa Italia fa parte, ha espresso «profonda preoccupazione» per l'abolizione del Commissariato italiano. In effetti, in un Paese risolutamente avviato verso l'abisso della più profonda corruzione e che è più affine allo Zimbabwe che alla Svizzera, l'idea di un ente che combatte se stesso è piuttosto comica. Tornando a Pompei, e alla constatazione che in fatto di conservazione dei beni artistici e culturali la rovina è diffusa e incontrastabile, è stato dato l'allarme per la compromessa stabilità della cupola di Santa Maria del Fiore e delle torri di Bologna, una soluzione possibile perché il mondo non venga depauperato di un tale patrimonio potrebbe essere quello di stipulare accordi con le Università straniere, in particolare quelle americane. Si tratterebbe di affidar loro la custodia dei tesori. Le grandi Università Usa hanno istituti per lo studio delle arti e dell'archeologia, ma non possiedono i relativi beni. Perché non affidare i nostri a loro? Certamente li conserverebbero, li salvaguarderebbero, li valorizzerebbero con la massima cura e il più scrupoloso rigore, lasciandoli ovviamente in sede. Oltretutto, il continuo andirivieni di docenti e studenti sarebbe ulteriore fonte di reddito. Pompei, il maggior bene archeologico del mondo, gestito da un'Università del calibro di Harvard non correrebbe pericoli.