Restauratori e archeologi: «I nodi? La malta erosa dalle intemperie e l'assenza di manutenzione» Manutenzione, manutenzione e ancora manutenzione. Una sorta di mantra, quella parola, che si fifa viva attraverso la voce di archeologi, architetti e restauratori, ogni qualvolta a Pompei un pezzo di affresco si scolla dalla muratura sottostante, le tessere di un mosaico si staccano dal pavimento o pezzi di muro si perdono per sempre. Su tutto spicca «l'assenza di maestranze qualificate capaci di sorvegliare la città metro su metro e giorno dopo giorno» sottolinea difatti Maria Grazia del Greco, architetto, che negli ultimi venti anni ha lavorato nella Soprintendenza pompeiana. E questo per diversi motivi. Va, difatti, considerata innanzitutto la particolarità della città, che prima di essere squassata dai terremoti dell'eruzione vesuviana, nel 79 dopo Cristo, aveva subito quasi ininterrottamente la scosse di uno sciame sismico iniziato diciannove anni prima. Quindi, si è avuto l'impatto delle abitazioni con le nuvole di gas infuocato, la pioggia di cenere e lapilli e la copertura per quasi due millenni. Ed è stato proprio lo scavo, sottolineano gli esperti, quello che ha reso fragile la città. Le strutture antiche sono di continuo sottoposte alle offese atmosferiche e alle variazioni climatiche. «Ma sono essenzialmente le piogge acide e lo smog che mettono a dura prova le architetture, i mosaici e le pitture di Pompei», evidenzia Giancarlo Napoli, restauratore, che nella città opera da circa dieci anni. «Le piogge acide, per l'anidride solforosa in esse contenuta, agiscono sulla malta che lega le murature e la riducono letteralmente in polvere». Ragion per cui anche se a prima vista la muratura appare ben salda, in realtà le pietre o i blocchi sono solo poggiati gli uni sugli altri. Altro problema è l'umidità di risalita, ovvero derivata dal terreno circostante reso zuppo dall'acqua piovana, che solubilizza i sali dei muri e li rende estremamente fragili. «Il tutto si potrebbe risolvere adoperando delle resine speciali come i polisilossanici, che rappresentano gli ultimi ritrovati nel campo del restauro, e che consentono all'acqua di fuoriuscire dalle murature». Insomma, prodotti particolari che lasciano «respirare» i muri e non li danneggiano in quanto sono ritenuti assolutamente innocui per intonaci e colori. «Ovviamente - riprende il restauratore - non sono totalmente impermeabili ma riescono a svolgere bene il compito per il quale sono stati creati». Il problema principale della città, tuttavia, secondo gli esperti, deriva anche dal lungo intervallo di tempo che passa tra un restauro e l'altro dello stesso edificio. Vale a dire che spesso si interviene su elementi che ormai sono quasi irrecuperabili. Altra azione da compiere consisterebbe nella cantierizzazione di un progetto finalizzato ad avere un rilievo tridimensionale di tutta l'area degli scavi. Un piano simile, ma non con il supporto delle moderne tecnologie, fu varato all'indomani del terremoto dell'80. Da Roma arrivarono tecnici, maestranze, archeologi e architetti super specializzati che si mossero, assieme con i militari, per rilevare e metter su carta lo stato dell'arte di tutto quanto c'era in Pompei. E si cominciò a restaurare. «Infatti - sottolinea l'archeologo Antonio De Simone - per salvare Pompei si deve operare come s'è fatto da quando si è iniziato a scavare la città: bisogna avere un piano di restauro. Il progetto di recupero redatto nel 1983 con i piani Fio, firmato da Proietti, Martinez e De Caro, tra gli altri, era quanto di meglio si potesse fare. Con quel rilevamento noi sapevamo dove e quanto agire. Ecco, se si restaura, dopo si possono fare manutenzioni. Altrimenti, assisteremo, ancora a crolli e perdite di questo patrimonio unico al mondo».