La cultura morta come la cultura viva, la prima maltrattata per irragionevole incuria e la seconda per ragioneria contabile. Forse gli studenti dovrebbero davvero occupare la Domus di Giulio Polibio, presidiare tutti i luoghi dItalia nei quali la cultura è in sofferenza come alluniversità: lanfiteatro di Santa Maria Capua a Vetere è come il liceo Virgilio di Roma, la reggia di Nerone è come la Normale di Pisa. È di ieri la denunzia del sovrintendente dellEmilia Romagna, Luigi Malnati, sul degrado dei siti archeologici: «ormai tutto il Centro Nord è come Pompei» perché nel peggio si ricompone lUnità dItalia e «qui non ci sono più neanche i custodi». Ma nei crolli di Pompei e fra le rovine che vanno in rovina cè finita pure la tragicomica personalità del ministro dei Beni Culturali che di nuovo minimizza e nega dinanzi allo sgomento del sovrintendente Jeannet Papadopulos e allindignazione del mondo. E forse Bondi minimizza perché Pompei sta diventando la linea di forza delle sue vertigini, dei suoi sensi di colpa. Bondi, lo diciamo con dispiacere, ha spinto la sua mistica berlusconiana al punto da immolare la propria dignità ai piedi della favorita bulgara del capo, Michelle Bonev. Il ministro che ha bocciato film come "Il divo", "La prima linea" e il Draquila della Guzzanti - tutti senza averli visti -, il Bondi che ha bollato come parassiti di Stato i cineasti italiani che gli sembrano troppo di sinistra, ha invece promosso e poi premiato a Venezia un film che Rai Cinema ha infatti finanziato con un milione di euro, già tutti versati alla Bonev. Il film fa parte di un accordo strategico di coproduzione televisiva Italia-Bulgaria firmato da Bondi e dal suo collega balcanico. E tutti capiscono che oltraggiare la cultura è sempre uno scandalo penoso, ma Bondi è troppo intelligente per non vedere ora in questi crolli di Pompei la misura della propria dannazione, lo specchio della propria nudità, la vendetta delle pietre dItalia contro il cortigiano del Principe. Cosa si poteva restaurare, proteggere, conservare a Pompei con quel milione di euro versato alla musa bulgara così piena di grazia e di gloria? Poco forse, ma abbastanza per potere affrontare a viso aperto la reazione del mondo civile. Non esiste infatti Paese del pianeta dove non sia nato un comitato anti Bondi: «Stop Killing Pompeii Ruins». Cosaltro può fare se non minimizzare e arrossire il ministro che con quelle rovine ha un conto aperto, un conto personale, intimo? E non è tutto. Il ministro tiene famiglia e dunque ha sistemato al Centro di Cinematografia il figliastro e ha dato una consulenza di Moda e Arte allex marito della sua attuale moglie, la collega di Camera e di partito, Manuela Repetti: «Sono due casi umani e non ho violato alcuna legge», si è giustificato con i colleghi del Fatto quotidiano. Non è il primo e non sarà nemmeno lultimo potente italiano a mettere leconomia domestica davanti al bene pubblico, ma Bondi che, appena risposato, si è, per dirla poeticamente, "fatto ingravidare" dalla moglie, ha alimentato i redditi e gli affetti familiari più degli investimenti a Pompei dove, attorno agli scavi, sorgono costruzioni abusive, folle di miserabili si propongono come guide e la sola attività ben curata dallo Stato è quella di strappare biglietti e fare cassa. Ma il danaro del turismo non basta a rendere eterna la rovina mummificandola. Certo, sarebbe ingiusto dare a Bondi tutta la colpa di un incuria che viene da lontano, ma nessun governo aveva così tanto maltrattato la cultura italiana, nelle aule dove si costruisce il futuro e nelle vestigia dove si conserva il passato. Come abbiamo già scritto cè più scienza del restauro e più tecnica della conservazione nel viso rifatto di Berlusconi che nei ruderi di Pompei. Davvero quei crolli sembrano appunto la rivolta delle pietre, è come se chiamassero gli studenti italiani: la cultura viva e la cultura morta unite nella lotta.