Italo Rota presenta la nuova struttura espositiva Un'architettura labirintica con il «Quarto Stato» come simbolo Non pensate di girarlo con la piantina squadrata in mano, di visitare una noiosa retrospettiva di quadri in ordine cronologico o di essere in un museo di quelli dove si avanza per sala XI, XII, XIII Il Novecento, il secolo breve, è stato anche un secolo «rebus per l'arte», racconta Italo Rota, progettista del Museo del Novecento, seimila metri quadrati, 400 opere più video, biblioteche a scaffale aperto, tea-room e bow-window sulla città. E così il suo museo (che sarà diretto da Marina Pugliese) è un vertiginoso «carcere» piranesiano, un labirinto fatto di scale elicoidali e di passerelle sospese. Dove quel che vedi all'interno e all'esterno va letto come parti di uno stesso percorso. «C è un disordine apparente e un ordine nascosto», afferma Rota per descrivere il suo spazio. «Il Novecento è stato un collage: fuori si vede una città fatta di pezzi, dentro il museo è costituito da percorsi emozionali». Dentro il vecchio Arengario fascista di piazza Duomo a Milano, progettato nel '37, corre una scala elicoidale che parte dalla fermata sotterranea della metropolitana e arriva sino al ristorante, al penultimo piano. È uno spazio libero, aperto a tutti, dal quale vedi le bagnanti di De Chirico, una illustrazione delle Case-museo di Milano (fatta da Alessandro Mendini), un video dei Fratelli Lumiere e il «Quarto Stato» di Pellizza da Volpedo che, «con "Guernica" di Picasso, la "Marilyn" di Warhol e il teschio di Hirst è la grande icona del Novecento». Dopo il «Quarto Stato» ci sono due strade: ristorante con vista Duomo o ingresso al museo vero e proprio. Il museo è di 4500 metri quadrati su otto piani con scale mobili (conquista novecentesca in stile Rinascente), colonne e soffitti in parte conservati, nuove luci progettate da Rota, terrazza che verrà utilizzata per le feste e su su fino all'ultimo piano, dove c'è la sala dedicata a Lucio Fontana: 180 metri quadrati di un soffitto realizzato dall'artista con i suoi tagli (era custodito dal ministero all'Isola d'Elba, smontato), la storica insegna degli anni Cinquanta della Triennale e affaccio su piazza del Duomo. Il primo spazio che si incontra nel museo è un omaggio ai grandi del'900 (Picasso, Kandinsky, Mondrian...); poi si parte con Morandi, Boccioni, De Pisis, Melotti, i futuristi e la sala degli «ismi». Sono tutte opere del Comune, tutte provenienti da grandi collezioni milanesi (Jucker, Boschi-Di Stefano...) e tutte rintanate, un tempo, nel sottotetto di Palazzo Reale o in cantina. Un ponte a sbalzo collega la parte di museo contenuta nell'Arengario alla parte che si sviluppa all'ultimo piano di Palazzo Reale. Dalla passerella si comprende come il dentro e fuori si compenetrino: da una parte vedi piazza Diaz con il monumento di Minguzzi, l'architettura di Figini-Pollini e, dall'altra, la parte più antica ovvero quella di età viscontea del Palazzo Reale. «Il '900 è un rompicapo» continua Rota. E infatti entri e trovi su una parete un'opera di Parmiggiani: una biblioteca bruciata. Se prosegui entri nella biblioteca a scaffale aperto del futurismo, se ti affacci dal vetro dall'altra parte vedi la sala delle Cariatidi, bruciata nel '900. Avanzi ancora e finisci tra Schifano e, poi, Merz, Pistoletto, Kounellis, varia Arte Povera e vedi, da un lato, la Torre della Velasca e, dall'altro, il campanile della chiesa di San Gottardo. In un bow-window è posto un diavolo di Lucini e, se alzi lo sguardo, vedi dai vetri la Madonnina. «L'Arte contemporanea lavora sull'idea di installazione, insegnandoci le procedure per raccontare le storie degli oggetti; le installazioni esistono solo quando il nostro corpo è parte integrante dell'installazione stessa dice Rota esiste solo in relazione con il nostro corpo e questo è il caso del Museo del Novecento». Piazza Duomo, ad esempio, «è come un 45 giri di successo con un lato A, la galleria, noto a tutti e un lato B, Palazzo Reale, ancora da ascoltare: ed è quello che cerchiamo di fare». E' un museo dove andare e tornare, fermarsi a leggere e guardare i video (per chi vuole studiare), emozionarsi e bere qualcosa (per chi vuole dar spazio ai sensi). È stato iniziato dall'ex sindaco Gabriele Albertini e fortemente voluto da Letizia Moratii, che taglierà il nastro per il 6 dicembre. Immaginiamo 1' "asburgico» sindaco in un abito nero dello stilista «stile '900» Giorgio Armani a fianco di Rota, con il suo pastrano di qualità comprato in India, pantaloni a righe verticali, giacca arancione e scarpe da tennis. Sono gli estremi del Novecento che si toccano.