«Siamo diventati particolarmente esigenti. Il dossier di presentazione deve essere fatto benissimo, e noi siamo rigidi. La qualità, nel dossier, è una prerogativa indispensabile». È inflessibile l'architetto Francesco Bandarin, docente universitario e oggi direttore del Centro per il Patrimonio mondiale, "di stanza" a Parigi. Inflessibile, ma a ragion veduta: l'ufficio che dirige ha il compito di istruire le pratiche dei candidati a entrare nella lista dei siti riconosciuti e tutelati dall'Unesco: verifica che sia tutto a posto e che i candidati abbiano le carte in regole per entrare. «Il dossier non è preparato dall'Unesco spiega , ma dallo Stato che intende proporre il sito e deve contenere essenzialmente due caratteristiche: le ragioni per le quali quel sito ambisce a entrare nel patrimonio e le misure che lo Stato intende adottare per tutelare, prima, e valorizzare poi il sito in questione». Le istruttorie durano, da quando vengono pensate a quando arrivano alla conclusione, una media di 3 anni; ma a volte si supera questo limite. Capita spesso che l'Unesco respinga un dossier, invitando i candidati a ripresentarsi agli "esami di riparazione". È successo anche per il Val di Noto («che si è riscattato, però dichiara Bandarin presentando poi uno dei più completi e qualificati piani gestionali») ed è successo per la Val d'Orcia, il prossimo candidato italiano, che dovrebbe essere in dirittura d'arrivo nella lista dei siti protetti. «Quest'anno, alla riunione plenaria del Comitato, che si terrà in Cina, verso la fine di giugno-primi di luglio dice Bandarin verranno valutati per l'ammissione altri 28 siti: è normale che se ne aggiungeranno circa una ventina». Per gli altri l'iter sarà da rifare. Sulle politiche di scelta, poi, oggi si fa sentire l'esigenza di un riequilibrio. «Certo ammette Bandarin il fatto che l'Europa detenga il 50 dei siti dell'Unesco è un'anomalia». In futuro si andrà verso una maggiore redistribuzione geografica, con i "problemi" che ciò comporta. Ci sono siti per i quali i Paesi che li promuovono non assicurano adeguata copertura, ma «l'Unesco dice Bandarin ha fondi propri che destina in questi casi». Quella del riequilibrio è una necessità anche "politica" tanto che l'Italia, dice il professor Giovanni Puglisi, segretario generale della commissione italiana «si è ritirata volontariamente dal Comitato». Si è trattato di «una scelta strategica, che è stata seguita anche da altri Paesi, tanto che ora si pensa di ridurre la durata del mandato da 6 a 4 anni». Insomma le nomine sono "contingentate" per i grandi Paesi come, per esempio, Francia e Italia che possiedono già molti siti. Anche per questo i candidati devono avere veramente tutte le carte in regola. «C'è poi un'altra esigenza conclude Bandarin di riequilibrio delle categorie: siamo ancora troppo scarsi, per esempio, per i siti preistorici e quelli moderni, diciamo con un età non superiore ai duecento anni».