Le tavole di San Giovanni a Carbonara Restaurati i preziosi dipinti da quarant'anni in deposito Si vedranno a Capodimonte Da circa quarant'anni conservate nei depositi della Sovrintendenza perché seriamente danneggiate, finalmente rivedranno la luce le sedici tavole napoletane di Giorgio Vasari, realizzate per conto dei monaci Agostiniani di San Giovanni a Carbonara nel 1545. Grazie infatti all'iniziativa privata dell'associazione culturale «Atlantide Ritrovata» diretta dalla professoressa Clara Tucci, la stessa che promosse nel 2004 il recupero della celebre fontana di Spina Corona, più nota ai napoletani come la «Fontana delle zizze», le tavole in legno sono state restaurate da Bruno Tatafiore e dal suo studio a partire dal 2005. Oggi, finalmente ultimate, parteciperanno ad un importante allestimento vasariano curato da Ida Maietta che il Museo di Capodimonte inaugurerà i117 dicembre alle 12. «Sarà», spiega la funzionaria del Polo mussale napoletano, «un percorso espositivo ed esplicativo dislocato in tre sale ed in cui i nuovi lavori provenienti da San Giovanni a Carbonara andranno a dialogare coni dipinti dell'artista aretino già presenti nel nostro museo». Si parla dell'« Alllegoria della Giustizia, della Verità e dei Vizi», del 1543, e della «Resurrezione di Cristo» del 1545. «Ma il pubblico», continua la Maietta, «potrà anche seguire un percorso didattico esplicativo sull'attività napoletana di Vasari e la ricostruzione della Sagrestia di San Giovanni a Carbonara in forma di studiolo cinquecentesco, da cui provengono le tavole restaurate». E le cui immagini sono state presentate l'altra sera al Circolo del Tennis Napoli, in un incontro organizzato dalla stessa associazione «Atlantide Ritrovata» e a cui hanno collaborato anche altre associazioni come «Napoli Internos», con un intervento introduttivo sulla presenza di Vasari a Napoli al tempo del viceré di Spagna Don Pedro di Toledo, da parte del professor Pierluigi Leone de Castris. Il quale ha spiegato come l'artista, architetto e trattatista toscano fosse chiamato a Napoli dai monaci Olivetani nel 1544, e come per circa due anni questo indiscusso maestro del Manierismo, celebre per i suoi lavori a Palazzo Vecchio e al Palazzo degli Uffizi a Firenze, e per tre cappelle in Vaticano a Roma, avesse qui alloggiato, citandosi nei suoi scritti contenuti nelle «Vite» non senza qualche vanitosa forzatura come il portatore in questa nobilissima città dei modi moderni (ovvero rinascimentali) sostanzialmente assenti in un contesto in gran parte ancora di impronta gotica e in cui l'ultima grande presenza esterna era stata quella di Giotto. E fra questi suoi segni, oltre ai dipinti del refettorio del convento di Monteoliveto e alle Portelle d'organo conservate nel Duomo, ovviamente spiccano le tavole concepite per la Sagrestia di San Giovanni a Carbonara, realizzate in gran parte nel suo atelier romano insieme al suo collaboratore Cristoforo Gherardi. In tutto si trattava di ventiquattro quadri di storie del Vecchio Testamento e della vita di San Giovanni Battista. Nel tempo alcune tavole sono andate disperse, mentre due in particolare furono oggetto delle sottrazioni napoleoniche e sono oggi conservate nei musei francesi di Avignone e Troyes. Le restanti rimasero in loco, maltrattate però dall'acqua usata per spegnere un incendio della stessa sagrestia dovuta ad un bombardamento nel corso della seconda Guerra mondiale. E dopo un primo parziale e grossolano intervento di restauro che ne consentì l'esposizione a San Martino fino agli anni '60, furono poi destinate a un recupero più definitivo, che però solo oggi vede finalmente la luce. E che, come ha spiegato il restauratore Bruno Tatafiore, si è mosso soprattutto sul versante del consolidamento del tessuto ligneo, non mirando successivamente al cosiddetto «tutto effetto» pittorico, per evitare ricostruzioni troppo vaste, e quindi arbitrarie, di figure ed elementi del paesaggio. Ma cosa rappresentano queste tavole? Il ciclo raffigura scene dalla vita di San Giovanni Battista, fra cui un'elegante «Danza di Salomè» e una metafisica decollazione del Battista, scene dalla Bibbia («Adamo» e «Il sacrificio di Isacco») e ritratti di evangelisti e dottori della chiesa, fra cui San Girolamo, Sant'Agostino, San Gregorio Magno e Sant'Ambrogio.