Pompei è l'emblema di scarsi finanziamenti, poco personale e commissari straordinari Il crollo della Schola Armaturarum di Pompei, rimbalzato su tutti i media, ha risollevato agli occhi dell'opinione pubblica una questione di mala gestione che in realtà va avanti da diversi anni. Il problema non si esaurisce ai fondi a disposizione, che sono sempre di meno, ma è strettamente collegato, e questo non va sottovalutato, al modello di gestione che il governo attuale privilegia. La situazione del sito archeologico di Pompei è questione più complessa di quanto possa sembrare. Nel 1998, infatti, diventò l'area di sperimentazione della soprintendenza autonoma che, sotto la guida dell'archeologo Pietro Giovanni Guzzo, doveva conquistare una piena indipendenza scientifica, organizzativa, amministrativa e finanziaria. Questo processo di riconversione dell'area è stato più volte ripensato, ostacolato e alla fine praticamente smontato da tutti i vari governi che si sono succeduti nel corso del tempo. In questi lunghi anni di tagli alla cultura è stata fatta piazza pulita di risorse non solo economiche ma anche umane. E difficile portare avanti la tutela del territorio con pochi soldi, ed è ancora più difficile se scarseggia il personale competente. Il territorio italiano, il suo paesaggio, la sua storia - che è la nostra storia - non sono adeguatamente tutelati, dunque, sia per la mancanza di finanziamenti che per quella dei funzionari necessari. In questa sorta di confusione amministrativa i problemi hanno cominciato ad accumularsi inesorabilmente e oggi ci ritroviamo ad avere difficoltà di risorse umane, di risorse finanziare e un'enorme incertezza riguardante la gestione dell'area di Pompei in generale. A questo problema, il governo attuale ha risposto con una soluzione sbrigativa e dirigista: i commissariamenti. Le soprintendenze di Roma e Pompei sono state affidate a commissari straordinari, identificati con i vertici nazionali della Protezione civile. Tutti ricordiamo il crollo di alcuni soffitti della Domus Aurea avvenuto un anno dopo, nell'aprile 2010, e quello di un settore del Colosseo nel mese successivo. In un territorio dall'incomparabile ricchezza storico-archeologica e ambientale peraltro già assai danneggiato dall'abusivismo edilizio. Perché la gestione di aree archeologiche è stata tolta all'ente competente e affidata alla Protezione civile? Perché ci si va preparando a un nuovo tipo di gestione, molto più consona alla mentalità del nostro esecutivo: quella privata. Il patrimonio storico-artistico è la risorsa più importante del nostro Paese: l'Articolo nove della nostra Costituzione recita che "i1 valore della tutela del patrimonio culturale è sovraordinato ad ogni altro interesse". Questo per dire che la cultura non è un'emergenza, lo diventa se non la consideriamo un'opportunità di sviluppo. Ai beni culturali italiani non servono interventi straordinari bensì un piano di interventi di lungo periodo. L 'irresponsabile taglio dei finanziamenti è dunque una causa primaria di questi e altri crolli, ma non è la sola. L'Italia è il Paese con il maggior numero di siti iscritti nell'elenco dei "Beni patrimonio dell'umanità" dell'Unesco ma sembra che questo non abbia molto peso. È invece necessario cambiare il modo di vedere le cose, cambiando mentalità e cercando nuove fonti di finanziamento. Cultura non significa solo preservare, e pertanto non va intesa solo come una spesa, ma anche come un modo per generare ricavi. Il patrimonio culturale di un Paese può essere un volano per l'economia, può rendere una nazione più competitiva. Il fascino di Pompei, del Palatino e di molti altri beni culturali resta grande ma i siti archeologici più importanti del mondo rischiano di non resistere al tempo e all'incuria. Una domanda, elementare ma non banale, che bisognerebbe porsi per capire il valore dei siti archeologici è la seguente: che cos'è una rovina? C. Lévi-Strauss intuì la stretta parentela esistente fra il ricordo e la rovina. Infatti quest'ultima crea una forma presente di una vita passata. L'interesse per le rovine non è tanto un ritorno al passato quanto la registrazione di alcuni tratti del nostro essere moderni, contemporanei. Marc Augé, grande antropologo francese, ha ripensato alle rovine distinte dalle macerie che vanno smaltite e rimosse. È auspicabile che le rovine non diventino macerie, come nel caso della Schola Armaturarum a Pompei.
Pompei. Rovine, macerie e politica latitante
Il crollo della Schola Armaturarum di Pompei ha sollevato l'attenzione sull'inefficienza della gestione del sito archeologico. La situazione è più complessa di quanto possa sembrare, poiché il sito è stato sottoposto a diverse fasi di riconversione e ha subito tagli dei finanziamenti e della personale. Il governo ha risposto con commissariamenti, affidando la gestione alle forze della Protezione civile. Questo modello di gestione è considerato inadeguato e privo di indipendenza. Il patrimonio storico-artistico è una risorsa importante per l'Italia, e la cultura non è un'emergenza, ma un'opportunità di sviluppo.
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