Sui monumenti, no. Prescindiamo da un discorso articolato sulle ragioni, le contraddizioni e i limiti della protesta studentesca. Basti dire che si tratta di una manifestazione consistente ma ingigantita dalla inevitabile semplificazione mediatica e discorsiva, secondo cui a scendere in piazza sono «gli» studenti: trascurando la grande maggioranza dei ragazzi che tacciono o che, dove gli è consentito, assistono tranquillamente alle lezioni impartite da docenti refrattari alla protesta. Basti dire che slogans e striscioni sembrano esulare dal merito della riforma Gelmini che, a giudizio di molti esperti non assimilabili alla destra di governo, contiene dopo decenni di paralisi importanti elementi di novità, combattendo la corruzione e valorizzando il criterio del merito nella nostra disastrata università. Qui interessa piuttosto l'uso dei monumenti fatto dai dimostranti. A Roma si sono arrampicati sul Colosseo, sono saliti sulla torre di Pisa e a Venezia sulle cupole di San Marco, hanno occupato a Padova la basilica del Santo e a Torino la Mola Antonelliana, insieme ad altri meno appariscenti e famosi simboli di città italiane. Si tratta appunto di simboli che, nella loro compattezza, appartengono a tutti i cittadini e solo arbitrariamente possono essere confiscati a beneficio di una componente sociale o politica. Soltanto i residuati del Sessantotto possono gioire di questa visibilità ottenuta a buon mercato, di atteggiamenti che, quando non sono inquinati dai mestatori di professione, risentono per qualche parte di una giocosa, irresponsabile goliardia. Innanzitutto andrebbe rispettato il libero accesso ai monumenti di turisti e visitatori, che rappresentano una risorsa preziosa per l'immagine e lo sviluppo di una città. Ma conta anche di più la tutela e la sicurezza dei nostri beni culturali che rischiano di essere compromessi da incontrollate, tumultuose invasioni (quando tutto sarà finito, ci toccherà contare i danni?). Ecco, si vorrebbe che proprio coloro che si reputano l'élite della classe studentesca, che deprecano i tagli dei governanti, non alla sola Università, ma all'intero comparto culturale, mostrassero una maggior sollecitudine per espressioni così significative del nostro patrimonio artistico e architettonico. Non gli passa nemmeno per la testa, che anche questo gioverebbe a ottenere una maggiore attenzione e credibilità per le inquietudini di cui si fanno legittimi portatori.