L'ex soprintendente: i soldi ci sono, primi risultati dei restauri tra 2 anni Bisogna promuovere le località di provincia e puntare su un turismo di nicchia, non di massa L'AQUILA. L'accento e le inflessioni linguistiche tradiscono appena un'origine settentrionale, ma le sue parole sono quelle di un'aquilana, se non di nascita, almeno di sentimenti Anna Maria Reggiani, per quattro anni direttrice regionale dei beni culturali d'Abruzzo, da ieri ha ufficialmente lasciato l'amministrazione della Soprintendenza, ma (lo promette) non lascerà quella che sente come propria città. Come è iniziata la sua esperienza in Abruzzo? «Sono arrivata all'Aquila nel 2007 mandata dall'allora ministro Rutelli. Da subito sono stata colpita dal capoluogo abruzzese, soprattutto per il grande senso di appartenenza radicato nei suoi abitanti, un valore importante che si sta perdendo in altre parti d'Italia e che travalica anche il credo politico e religioso. Sono nata a Modena, in Emilia, e da subito ho notato qualche affinità tra le due cittadine. Mi sono inserita in breve tempo all'Aquila. Eppoi il terremoto mi ha legata per sempre a questa città». Qual è la sua esperienza del sei aprile 2009? «Sono stata in città tutto il periodo dello sciame sismico, giorni che ho vissuto con grande apprensione. La notte del 5 aprile ho deciso di andare a dormire a Roma. La mattina del sei, alle 7, ero già in città. Non dimenticherò mai quel giorno, quelle immagini. Fanno parte di me». Il terremoto, se da una parte ha colpito molti beni culturali aquilani, alcuni irrimediabilmente, dall'altra ha permesso all'Italia di conoscere il capoluogo abruzzese come città d'arte. «In Italia c'è un problema di fondo: il paese è un museo a cielo aperto, una realtà policentrica. Per questo è difficile valorizzare tutto quello che c'è. Si punta sul turismo di massa, mentre bisognerebbe promuovere anche quello di nicchia. Sono tante le città bellissime di cui non si parla. L'Aquila è stata per tanto tempo sottovalutata. Prima del terremoto si sarebbe potuto fare qualcosa di più in tal senso anche per sviluppare il turismo: si sarebbe potuto attingere al bacino romano, come succede per gli sport invernali. Ma perché questo avvenga, non basta la volontà degli enti locali e delle Soprintendenze: sono necessarie le infrastrutture, strade, alberghi, ristoranti Per il futuro, però, ridisegnando L'Aquila, bisognerà pensare a questi aspetti Certo è necessario investire, ma sapendo che ne avrà benefici tutta l'economia». C'è chi mormora che L'Aquila diventerà la nuova Pompei. «Il Consiglio superiore dei beni culturali ha sottolineato che così non sarà e sinceramente non credo che succeda: gli aquilani stanno facendo sentire la loro voce e da varie parti sono arrivati finanziamenti per il recupero della città. Bisogna però saper aspettare. I primi risultati dei restauri si potranno vedere tra un paio di anni. Giusta la priorità alle case, poi verrà il resto». È del "partito" del Friuli: lavoro-case-chiese? «Il binomio casa-lavoro crea un indotto che consente di andare avanti. Una città non è fatta solo di monumenti, ma di persone e attività. E' fondamentale che in centro comincino a rientrare i cittadini e sento che qualcosa in tal senso si muove. Ammiro chi ha riaperto il proprio esercizio commerciale nel cuore della città. Solo una cosa devo rimproverare agli aquilani: troppe polemiche non aiutano. Obiettivo di tutte le istituzioni è tornare a far vivere il centro, nessuno rema contro». L'Aquila del futuro: com'era e dov'era? In futuro L'Aquila sarà più sicura. Gli edifici devono essere salvaguardati, ma rispettando criteri di antisismicità. Questo comporterà dei sacrifici. Il modello per me è quello di San Domenico: l'ex carcere, che aveva grossi problemi statici, prima del terremoto è stato consolidato e ristrutturato. Il sisma non gli ha lasciato una crepa. In Friuli, invece, dopo il sisma, sono stati abbattuti paesi interi e ricostruiti in cemento, rivestendoli con pietre antiche. Questo non si può fare all'Aquila per vari motivi tecnici. Ma certo sarebbe più semplice e più veloce. Il restauro ha tempi lunghi L'importante però è partire con la ricostruzione e lasciare questo clima di tensioni Com'era e dov'era? Sì, compatibilmente con i criteri antisismici Ci sono situazioni che probabilmente non sarà possibile salvare». Lascia la Soprintendenza con qualche rimpianto? «Due. Il primo non essere riuscita a riaprire il teatro San Filippo, in centro. I danni non sono molti. Ma non abbiamo trovato i fondi. Poi il terremoto ci ha impedito di inaugurare il museo di Santa Maria dei Raccomandati, pronto ad aprile 2009: una struttura bellissima lungo il corso che avrebbe reso giustizia all'archeologia aquilana. Tutti i reperti del territorio, molto ricco in tal senso, sono a Chieti. Volevamo riportare la sua storia all'Aquila, ma non ci siamo riusciti Mi appello ai politici perché tengano presente questo progetto». Programmi per il futuro? «Per il momento mi sto dedicando alla raccolta di fondi da devolvere al restauro di opere d'arte danneggiate dal terremoto. Ho aperto per questo scopo un conto corrente nella nuova filiale Carispaq. Chi volesse contribuire potrà farlo usando il codice Iban 1T25K0604003613000000176601 e indicando come causale: quota benefica di partecipazione al restauro di opere d'arte dell'Aquila. Tutti saranno informati di come viene utilizzato il proprio contributo. Devo finire, inoltre, di ordinare la mia biblioteca personale, per scegliere i circa 2mila libri da donare alla struttura di Paludi di Celano-Musè. Poi potrò finalmente occuparmi della mia casa di Paganica, una struttura in pietra che deve essere ancora messa in sicurezza. Appena sarà pronta trascorrerò li almeno metà anno. Ho molti amici qui e non voglio lasciarli». CHI E' L'archeologa giunta dall'Emilia Anna Maria Reggiani Emiliana di nascita, romana d'adozione e formazione, Anna Maria Reggiani ha rivestito per circa quattro anni l'incarico di direttrice generale regionale per i beni culturali e paesaggistici per l'Abruzzo. La sua carriera ministeriale, intrapresa 34 anni fa, l'ha vista lavorare prima come ispettrice nella soprintendenze archeologiche del Lazio e di Roma e poi dal 1993 per 11 anni come soprintendente archeologo del Lazio.