Un percorso espositivo sulle tracce della scienziata assassinata nel IV secolo dopo Cristo Antico e contemporaneo si incontrano al Museo archeologico. Oggi alle 11, nella sala conferenze del servizio educativo, "Ipazia secondo Mathelda Balatresi". Un appuntamento, realizzato in collaborazione con lassociazione culturale "A voce alta", che rientra nel programma di "Incontri di archeologia" organizzati dal servizio educativo della Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Napoli e Pompei. Con lartista Mathelda Balatresi, che presenta il suo recente lavoro espositivo su Ipazia, si confronteranno Mariantonietta Picone Petrusa, Angela Tecce e Marco De Gemmis. Mentre Patrizia De Martino e Nico Ciliberti, introdotti da Marinella Pomarici, leggeranno alcune pagine da "Ipazia - Poemetto drammatico" di Mario Luzi. E un mondo che si divide tra il bene e il male quello raffigurato da Mathelda Balatresi, che da anni si racconta attraverso Ipazia, lastronoma e filosofa di Alessandria del quarto secolo dopo Cristo che ha di recente ispirato il film "Agorà", con Rachel Weisz. Uneroina ante litteram, forse meno conosciuta di quanto meriti. Una martire del paganesimo e del libero pensiero, punita per le sue idee e i suo comportamenti poco "cristiani". Una vita conclusasi tragicamente. Ipazia fu torturata e assassinata dalla guardia armata del vescovo Cirillo: tra storia e leggenda, si tramanda che il suo corpo fu straziato prima di essere disperso. «Nella figura e nella vicenda di Ipazia - scrive Marco De Gemmis - la Balatresi vuol forse leggere di sé e di tutto il femminile: cervello, capacità, fierezza e tenacia, fragilità e bellezza. In molti dei disegni ci sono soltanto Ipazia e la conchiglia, secondo alcuni larma del delitto dei cristiani che la fecero fuori». Fino al 16 dicembre la Balatresi, autrice tra laltro di "Mine in fiore", esposto nella fermata di Materdei delle Stazioni dellarte della linea 1 della metropolitana, presenta al Museo archeologico alcuni dei lavori ispirati alla donna-scienziata: disegni a china, dipinti in gessetti colorati e due grandi teli a olio. Un lavoro quasi inedito che lartista vede come emblema dellintelligenza negata alla donna. Ipazia viene evocata in mantelli, come quelli che indossavano i filosofi greci, tuniche dai colori tenui e diafani, privi di figura. Sono abiti senza corpo. Nel disegnarla a china i capelli sintrecciano a conchiglie, le armi causa della sua morte crudele. Ipazia, uno dei simboli di forza, intelligenza e coraggio, ma anche fragilità, di parte della cultura femminista, diventa un tuttuno con Mathelda. Lartista, che nel 1977 aveva disegnato polemicamente una donna con un capo diviso in sezioni, per opporsi allidea che «ha la testa troppo piccola per lintelletto, ma sufficiente per lamore», parla questa volta attraverso Ipazia dipingendo pagine di letteratura visiva tentando di restituire dignità al personaggio. «Ho deciso di dedicarle una costellazione - racconta la Balatresi - perché Ipazia studiava le stelle e così ho dipinto delle mantelle da filosofa con le stelle comete, il sole e la luna». In mostra anche due lunghi teli che accolgono il corpo nudo di IpaziaMathelda, frontalmente e di schiena. «Ho pensato di fare un sudario di Ipazia che è anche il mio - conclude lartista - Un miscuglio del suo sangue con il mio».