Intanto sette funzionari della Soprintendenza archeologica si rifiutano di firmare contro il ministro I seicento tecnici, urbanisti ed ex sovrintendenti che in un appello al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, chiedono le dimissioni di Bondi sono "espressione di un mondo che nulla ha a che fare con la vera cultura". Al centro da giorni di un attacco concentrico nei suoi confronti dopo il crollo dell'Armeria dei gladiatori, il ministro risponde alla lettera divulgata nei giorni scorsi dalla "Sala Nassirya" del Senato e indirizzata al capo dello Stato. Nella missiva, i firmatari fanno riferimento ai ripetuti attacchi alla professionalità dei tecnici del Mibac" dopo "la vergognosa vicenda di Pompei", criticano il "managerialismo di facciata", contestano "l'inadeguatezza nella gestione del più grande patrimonio del mondo". Nella replica, Bondi rivendica la "difesa del Pincio e dell'Agro Romano dai progetti di un'amministrazione di sinistra", "il via libera a importanti progetti di sviluppo civile e infrastrutturale dopo che erano stati bloccati per anni" e il fatto di non aver permesso che "venisse ostacolata dalle lungaggini e dall'aumento dei costi a causa dei ritrovamenti archeologici, la realizzazione delle metropolitane di Roma e di Napoli". Per Bondi i firmatari dell'appello contro di lui sono parla di un "mondo che si ammanta di una falsa cultura" ma "porta la responsabilità di aver frenato lo sviluppo economico del Paese senza avere scongiurato lo scempio del paesaggio e il decadimento del patrimonio artistico", "espressione di un mondo che nulla ha a che fare con la vera cultura, che è innanzitutto rispetto, obiettività, responsabilità". Intanto, sono un terzo del totale i soprintendenti archeologici che non hanno firmato la lettera al ministro Sandro Bondi. Sette funzionari su 21 uffici periferici (19 ordinarie e due speciali) che non hanno condiviso l'idea di chiedere al Collegio romano più spazio alle loro competenze e di fare marcia indietro sui manager. Dalla lista non manca infatti solo il direttore generale in pectore, Luigi Malnati, come accreditato dalla stampa, che ha incluso nel computo anche direttori di musei che non hanno dirette responsabilità di tutela. Non hanno ritenuto puntare il dito contro i "pesanti tagli", le "pesanti riduzioni di personale" e l'appesantimento nella procedura di spesa" neppure i sovrintendenti di Lazio, Friuli Venezia Giulia, Calabria, Umbria e delle province di Sassari e Nuoro. E proprio quest'ultimo, Bruno Massabò, spiega al Velino il perché della scelta: "La verità è che la lettera è pretestuosa e il ministro non ha responsabilità di quello che succede a Pompei. È di una situazione incancrenita da decenni, un discorso complesso che coinvolge tutte le amministrazioni e non credo ci sia da fare polemica su questo aspetto. Si tratta di una campagna che ha poco a che vedere con la tutela dei beni culturali, ma evidentemente qualcuno ha pensato di approfittarne per fare del gran chiasso". Più diplomatico Luigi Fozzati, soprintendente ai Beni archeologici del Friuli Venezia Giulia: "Non è con lo scontro ma col dialogo che si riesce a raggiungere risultati - afferma al Velino -. Le contrapposizioni non portano da nessuna parte. Se c'è qualcosa che non va, prendo appuntamento e vado a spiegare la situazione di persona, non mando lettere. E poi che utilità pratica può avere una lettera del genere? Mi pare che non ne ha avuto alcuna, visto che il ministro Bondi si è pure arrabbiato". Non manca chi fa notare, tuttavia, come a eccezione del responsabile dell'Archeologia nelle Marche, Giuliano De Marinis, in questi giorni ricoverato in ospedale, quasi tutti i funzionari che non hanno aderito alla protesta siano stati nominati attraverso il comma 6. Ovvero su diretta indicazione del ministro con un incarico fiduciario ad hoc. "In effetti è così - ammette uno di loro chiedendo l'anonimato -. Non mi sento di criticare il mio ministro, mi pare una cosa non gentile e non corretta". Di "questione di delicatezza" parla invece Luigi Malnati, che da dicembre prenderà il posto di Stefano De Caro alla direzione generale dei Beni archeologici: "Sono in una fase di transizione e non ho ritenuto opportuno entrare nel merito della polemica - dice al Velino -. Quel che però posso dire è che non ho trovato la lettera particolarmente dura: mi pare che gli elementi costruttivi e di collaborazione siano largamente prevalenti. Insomma, pur non firmando, condivido lo spirito della lettera ma con una precisazione: non vorrei che il crollo di Pompei, sui cui Bondi non ha responsabilità, fosse enfatizzato. Quella è una realtà molto particolare che non va confusa con la situazione dell'archeologia in Italia. I veri problemi - conclude Malnati - sono le lentezze burocratiche e il tipo di regolamentazione obsoleta, che non dipendono affatto dal ministero".
Pompei, Bondi si difende dagli attacchi
Il ministro Sandro Bondi ha risposto a un appello alla presidenza della Repubblica, firmato da 14 tecnici, urbanisti e ex sovrintendenti, che chiedono le sue dimissioni. Il ministro ha affermato di difendere il Pincio e l'Agro Romano dai progetti di un'amministrazione di sinistra. Il ministro ha anche affermato che i firmatari dell'appello sono "espressione di un mondo che nulla ha a che fare con la vera cultura". Il ministro ha anche affermato che i firmatari dell'appello sono responsabili di aver frenato lo sviluppo economico del Paese. Il ministro ha anche affermato che i firmatari dell'appello sono "parola di un mondo che si ammanta di una falsa cultura".
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