Incuria è forse la parola che dice meglio, nel suo complesso, il trattamento che lo Stato italiano riserva ai beni culturali. D'altronde, con analoga incuria vengono tutelati i cosiddetti beni ambientali, le bellezze naturali del nostro Paese. Un esempio clamoroso è il crollo della Domus dei gladiatori a Pompei. L'Unesco, che nel 1997 aveva classificato l'intero sito archeologico come Patrimonio mondiale dell'umanità, manda ora i suoi ispettori per valutare l'enorme danno e le connesse responsabilità. Non credo che il ministro competente, cioè Sandro Bondi, verrà ufficialmente sfiduciato, ma tant'è, è già stato sfiduciato dai fatti. In cosa consistono i "beni culturali"? fondamentalmente, in quel patrimonio artistico che il mondo, da sempre, ci invidia. Tuttavia, potremmo estendere questa espressione dagli oggetti e dai luoghi dell'arte alle pratiche culturali. Anche la formazione, cioè la scuola, è un bene culturale e non certo secondario. Anche qui registriamo disastri, fatiscenze e incuria. Forti proteste stanno contrastando una riforma dell'Università, ormai giunta al traguardo: le si imputa una burocratizzazione assai poco promettente, ma soprattutto il fatto che essa taglia piuttosto che investire, come se si trattasse di conservare in vita (alla meglio) questo "bene" essenziale, senza curarsi di un qualche futuro per la crescita condivisa delle conoscenze. Non da oggi è in atto una politica suicida di tagli alla cultura, motivata dalla crisi economica. Basterebbe chiedersi come intendiamo uscire da tale crisi per accorgersi che, operando così, ci avvolgiamo in un circolo vizioso e perverso. Il "disastro" di Pompei è un esempio molto eloquente della condizione barbarica in cui versiamo. Mettiamogli accanto un episodio minore, cioè la scoperta delle statue di Marte e Venere a Palazzo Chigi cui è stata applicata una sorta di chirurgia estetica: d'incanto sono ricomparse le mani che mancavano e anche il pene caduto del dio della guerra. Da stropicciarsi gli occhi, incredibile ma vero. Abbiamo tutti in mente le immagini riportate dai giornali qualche giorno fa. Questo episodio, all'apparenza trascurabile, ci sbatte in faccia la bassa considerazione che qualcuno può avere dell'arte. Qualcuno? Ecco il punto. Incuria e cinismo assoluto vanno a braccetto. Perfino quel miscredente di Marx si era inchinato alla cosiddetta "immortalità" dell' arte. E noi, come stiamo trattando un simile patrimonio? Come stiamo "gestendolo" e come stiamo "consumandolo"? Diciamolo chiaro. Beni e cultura viaggiano in direzioni opposte. Sganciati dalla cultura, i beni culturali e artistici appartengono oggi a un mercato in cui appunto vigono e tengono il campo gli interessi e il valore di scambio. Musei, siti, mostre e manifestazioni rientrano con tutta evidenza in simile logica che produce eventi attrattivi e fa il computo dei ritorni economici e di immagine. Occorrono per questo imprenditori capaci di "vendere" il prodotto dopo averlo sostenuto con adeguato marketing pubblicitario. Scesa ai piani bassi in tante altre classifiche, l'Italia resta leader nel settore di questi eventi, e il pubblico risponde in massa, noncurante delle attese defatiganti e del disagio di uno sguardo frettoloso. Un consumo già sconcertante di per sé, ma poi ci accontentiamo di dire: "Anch'io l'ho visto". Cosa che racconteremo a parenti e amici a mo' di testimonianza, di semplice attestato di presenza. Adesso potremo dire che abbiamo visto le rovine della Domus dei gladiatori (sintomo vistoso del fatto che anche la logica di mercato perde colpi, ecco lo scandalo tradotto in palanche). E la cultura? Dire che essa viaggia per conto suo in tutt'altra direzione è un eufemismo. E scomparsa, si è resa irreperibile. Ha abbandonato l'arte così come è evasa dalle aule di ogni ordine di scuole. Con una qualche dose di ottimismo, potremmo limitarci a constatare che se ne sono perse le tracce e che un manipolo di intellettuali di buona volontà si industriano lodevolmente per tentare di rintracciarla. Vorremmo restituire alla parola "qualità" un referente tangibile, un significato utile al senso delle nostre vite, un volto amico e rassicurante. Ma è un' impresa difficile perché sembra proprio che la società attuale scorra via da un'altra parte. Allo sguardo effimero si vorrebbero almeno contrapporre il piacere del riassunto o la compensazione dell'elenco. Si archivia tutto, paradossalmente si legge di meno (e si pensa di conseguenza). Mancano tempo e pazienza, si sta perdendo l'arte della meditazione improduttiva, che è poi l'arte delle pause. Qui tutti siamo corresponsabili dei disastri culturali e della dilapidazione dei beni che vi sono coinvolti. Chi ha tempo e animo per leggere un libro di 500 pagine? Il riassunto opportunamente attualizzato, divertente e di rapida lettura, magari griffato da un intellettuale noto (e intelligente), surroga oggi la lettura dei "classici" che magari la scuola ci ha fatto apparire tediosi, quando non odiosi. Se leggo un piacevole riassunto, che so, dei Promessi sposi, non è vero che poi andrò a cercare quel libro in qualche angolo della mia casa per godermi la lettura integrale. Se ciò capita, è un'eccezione. La regola è che ci accontentiamo del riassunto. Peggio. La regola è che ci saremo già cibati delle varie spettacolarizzazioni (quella che è giusto chiamare la sottocultura televisiva) dove la qualità è orinai sommersa e cancellata. E una completa eresia se dico che gli italiani acquisiscono brandelli di informazione culturale attraverso le domande dei telequiz più o meno milionari? Passando, nel giro di minuti, dalla Bibbia alla scienza moderna, dalla mitologia greca alla letteratura contemporanea, e magari imparando un po' di etimologia e qualche parola di latino?
La cultura dell'incuria
Il trattamento che lo Stato italiano riserva ai beni culturali è considerato incuria. L'Unesco ha classificato il sito archeologico di Pompei come Patrimonio mondiale dell'umanità, ma il crollo della Domus dei gladiatori è un esempio di come questi beni vengano danneggiati. La cultura è considerata un bene culturale essenziale, ma la politica suicida di tagli alla cultura motivata dalla crisi economica sta portando a una dilapidazione dei beni culturali. L'arte è considerata un bene che viaggia in direzioni opposte, cioè da un mercato in cui appunto vigono gli interessi e il valore di scambio.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo