Il ministro dei Beni culturali salvato dallo slittamento del voto di fiducia alla camera Il piano: dimissioni per assicurare la fiducia a Berlusconi E' stata pensata anche la carta delle dimissioni, da giocare immolando il ministro per i beni e le attività culturali Sandro Bondi, destinatario di una mozione di sfiducia presenta dall'opposizione. Alcuni tra i partecipanti alle riunioni a palazzo Grazioli, prima dello slittamento del voto di sfiducia contro il ministro, quando la calendarizzazione dei lavori a Montecitorio prevedeva la data del 29 novembre, avevano messo in conto l'abbandono della carica ministeriale. Ma avendo cura di non dirlo al diretto interessato. Comunque, l'aula della camera dei deputati lavorerà anche il 9 e il 10 dicembre, come è stato deciso nella la conferenza dei capigruppo: dopo aver deciso che la riforma per l'università verrà votata nel prossimo martedì 30 novembre tutto il calendario dei lavori, confermato nel suo ordine, verrà esaminato dai deputati «a seguire». Così, dopo l'università, i parlamentari dovranno esaminare il decreto sicurezza, quello sull'imprenditorialità, le mozioni dedicate al ministro Roberto Calderoli e sulla Rai, il provvedimento sulla fiscalità e quello sulle provincie. Lo mozione di sfiducia al ministro Bondi, slitterà così ulteriormente, giungendo in prossimità del 14 dicembre, data che invece interessa il premier Silvio Berlusconi. Doveva essere un abbandono motivato dalla politica e non dalle polemiche recenti che hanno colpito il ministro, complice quella «macchina del fango» che, come si sente dire nelle stanze del dicastero, ha cercato di travolgere Bondi e la sua compagna Manuela Repetti. Curiosamente, tra le voci interne al Pdl che puntavano a dimissionare il ministro si coglieva una strana sponda con uno dei massimi esponenti di Futuro e libertà; Fabio Granata, appassionato di beni culturali siciliani. Fatto sta che la giustificazione politica di una fuga bondiana sarebbe stata trovata con la voglia di preservare Berlusconi da un anticipato attacco al suo governo, rispetto all'appuntamento di metà dicembre. Ma lo spostamento del voto di sfiducia contro il ministro ha praticamente sminato questo gioco al massacro: e pensare che proprio ieri seicento tecnici ministeriali, tra urbanisti e ex soprintendenti, hanno chiesto la fuga di Bondi, ottenendo una risposta pepata e ironica. Per il titolare del dicastero di via del Collegio romano, l'appello a favore delle sue dimissioni «è importante perché espressione di un mondo che nulla ha a che fare con la vera cultura, che è innanzitutto rispetto, obiettività, responsabilità, e che è all'origine dei mali di cui soffre oggi il nostro Paese e in particolare della crisi in cui versa il sistema' dei beni culturali e ambientali». Aggiungendo che «questo mondo che si ammanta di una falsa cultura porta la responsabilità di aver frenato lo sviluppo economico del paese senza avere scongiurato lo scempio del paesaggio e il decadimento del patrimonio artistico». Un mondo che «chiede giustamente le mie dimissioni. perché sono il ministro che ha preteso che non venisse ostacolata, dalle lungaggini e dall'aumento dei cesti a causa dei ritrovamenti archeologici, la realizzazione delle metropolitane di Roma e di Napoli, il ministro che ha dato il via libera a importanti progetti di sviluppo civile e infrastrutturale dopo che erano stati bloccati per anni, il ministro che ha difeso il Pincio dai progetti di una amministrazione di sinistra e che ha tutelato l'Agro Romano sempre dai piani regolatori predisposti dalle amministrazioni di sinistra". Chi sperava in una sua fuga rimarrà deluso.