Niente palazzi, case, alberi, strade. Solo la linea dellorizzonte: sotto, limmensità della terra, sopra il cielo infinito. In questo paesaggio scabro non cè spazio neanche per il pittore. Che se ne rimane al di là della tela. Per invaderla però di sentimento e passione, colpi di pennello e una pittura come materia autonoma, cosa viva. Sono questi gli estremi entro cui si muovono i sei paesaggi di "A perdita docchio", la mostra che Fabio Sargentini propone allAttico dopo aver raccolto sei grandi tele degli artisti che hanno lavorato e lavorano con la sua galleria (Costant Permeke, Piero Pizzi Cannella, Giancarlo Limoni, Claudio Palmieri, Matteo Montani e Paolo Picozza, al ricordo del quale è dedicata lesposizione). Ecco le diverse ipotesi di cinque artisti romani per una pittura che torni alla natura senza cadere nel naturalismo. Il sesto è un fiammingo, Permeke (1886-1952), la cui marina del 1934 apre il percorso espositivo dimostrando lattualità della pittura del '900 storico. La seconda tappa ci porta al presente con unaltra marina. È di Piero Pizzi Cannella, del 1986, anni in cui il pittore scrutava nellintimità degli armadi e tra i corredi di sottovesti e abiti da sposa; ma rimaneva incantato anche davanti alla luce della luna che rischiara la notte nero pece. Un anno prima Claudio Palmieri dipingeva i 4 metri per 2 del "Campo di papaveri" in cui la tempesta che agita il colore plumbeo del cielo scompiglia da basso il mare di petali infuocati. Diversamente dal ritratto e dalla natura morta, il paesaggio è sopravvissuto alla pittura di genere del '600, e a quella impressionista dell800, forse grazie allessenzialità del soggetto. Liberata dalle cose, ecco la pittura di natura presentarsi oggi nuda nelle spatolate vibranti (in terra come in cielo) che Limoni ha dato al suo quadro "floreale" dipinto con passione apposta per la mostra. Sargentini ha scommesso sui paesaggi nuovi di due giovani. In quello di Matteo Montani, del 2008, lorizzonte è più mentale, da schermo elettronico, sebbene a renderlo vivo sia solo un soffio di colore azzurro "spolverato" sul fondo della carta nera abrasiva. Nel quadro di Paolo Picozza, scomparso questanno a soli 40 anni, cè invece la bellezza, la drammaticità e la forza di un paesaggio nordico in cui la latitudine estrema è tutta interiore. E tra le anse larghe della veduta, tra la luce accecante degli smalti bianchi e quella profonda dei neri, il sentimento si scioglie come il ghiaccio seguendo i rivoli delle mille sgocciolature di colore.