E già che saremmo morti di fame, in molti, se non avessimo scoperto, non perché più bravi, che "con la cultura si mangia, eccome, alcuni meglio, altri peggio, ma si mangia". Da tempo. Prima ancora che venissero a raccontarcelo in televisione Luca Zingaretti e Andrea Camilleri. La cui testimonianza, però, rimane tanto più insostituibile quanto più si prospetta strenua la battaglia per vincere le sordità della politica verso la cultura e le sue evidenze "utilitaristiche". Alla buona causa concorre il presidente Giorgio Napolitano nell'incontro con i lavoratori dello spettacolo. La sua ammonizione - "Non troveremo le nuove vie per il nostro sviluppo economico e sociale attraverso una mortificazione della risorsa di cui l'Italia è più ricca: la risorsa cultura nella sua accezione unitaria" - stigmatizza quel nesso tra cultura e sviluppo che è inscindibile, eppure inestricabilmente incomprensibile. Non appaiono infatti ancora chiari a molti, nonostante gli innumerevoli studi e verifiche sul campo, la relazione e il nesso di causalità tra attività creative dello spirito e produzione materiale? Oppure non si vuol comprendere come l'insieme dei cosiddetti beni culturali contribuisca oggi a strutturare il comparto di formidabili e trainanti industrie del paese? Non solo, ma la ricchezza di una nazione, anche identitaria. Che cosa resta in piedi di 150 anni di storia? Tra le poche eredità, di sicuro una cultura condivisa. Giorgio Napolitano aggiunge: l'estremo realismo per la grave congiuntura mondiale non deve condurre a inasprire i rigori e a riversare la cura dimagrante sulla cultura. Che in realtà mette in moto un volano di democrazia e di sviluppo dalle molteplici e diffuse ricadute sull'intero paese. Come spiegarci allora, al di là delle scelte tattiche e delle "stupidità" delle classi dirigenti, le sordità verso la relazione cultura uguale sviluppo che si stanno manifestando nel restringere i fondi Fus, nel colpire enti e organismi anche meritori, così come nell'impoverire le risorse e la produzione normativa? Forse dobbiamo mettere a nudo una serie di pregiudizi che discendono proprio dal patrimonio quasi genetico del nostro paese. Primo fra tutti. II concetto di cultura è inteso staticamente, viene relegato nei processi di conservazione dei beni che appartengono a un paese, a una famiglia, a un individuo. E invece sappiamo bene che non c'è conservazione senza una attiva valorizzazione, che non si può pensare di conservare i siti archeologici, tanto per fare un esempio, senza nel contempo pensare all'antichità dei reperti in termini di cura e gestione manageriali dell'esistente, nella dialettica con il presente del territorio e degli uomini. Secondo pregiudizio. E derivante dal primo. Che la cultura non generi risorse, ricchezza, e non solo in termini propriamente mentali e spirituali - il che è quasi palmare - ma anche sul versante della produzione di redditi. Si pensa alla cultura, allo spettacolo, alla comunicazione, come a un limbo di anime candide, o di "vaccarielli" e oscure figure sottoposti e sottopagati, e non a un settore che deve essere governato con i criteri aziendali. Terzo. Imperversa un malinteso "mecenatismo" dei privati, che certo è benvenuto e benaccetto ma finisce con il diventare un potere surrogatorio e sostitutivo di quello istituzionale, strutturale e incentivante. Industriali e fondazioni munifiche appaiono così gli unici attori e protagonisti di una scena desertificata. Quarto. II voler soppesare spesso - ma è una tendenza tutta degli ultimi decenni - un evento eo un operatore culturali in ragione dell' investimento di immagine e della ricaduta spettacolare per i politici, per coloro che lo sponsorizzano attraverso i cordoni della borsa. Questi vizi sono diffusi, rischiano di generare, dalla insensibilità e sottovalutazione, una desertificazione oltre che effetti a cascata. Ma alla fine penalizzeranno in particolare - non lo ripeteremo abbastanza - quelle aree, come il Mezzogiorno, dove le eredità e le risorse culturali restano tra le poche opportunità da giocare nei processi di costruzione della ricchezza e nella dinamica delle relazioni internazionali.