Cara Europa, domenica ho chiamato il centralino del Piccolo, per prenotare la rappresentazione di lunedì (Memoires) di Goldoni. Ero infatti desiderosa di vedere Toni Servillo, dopo i successi cinematografici degli ultimi anni. Mi è stato risposto che il teatro sarebbe rimasto chiuso, per lo sciopero nazionale di tutti gli spettacoli, fissato per lunedì. E allora, per quanto io sia abbastanza cresciuta per tener separate le questioni private dei ministri dalle loro responsabilità pubbliche, ho provato un po' di stizza all'idea che il figlio della compagna di Bondi abbia trovato posto presso i Beni Culturali, mentre decine di migliaia di attori e lavoratori dello spettacolo sono in crisi e il nostro patrimonio artistico è allo sfascio. MAGDA ASSUMMA, MILANO Cara signora, rinfoderi la stizza. A parte il fatto che il figlio della onorevole Repetto, compagna forzista del ministro (ma ce ne fosse uno con la famiglia in regola, fra questi inginocchiatissimi "cattolici" di destra), s'è trovato da solo un posticino presso il Centro sperimentale di cinematografia, e a noi genitori non può che far piacere; la devastazione culturale è tale che non sarà un ragazzino di buona volontà ad esser parte del problema, nemmeno come sintomo. Nei primi nove anni del millennio (2000-2008), ai beni culturali le risorse sono state tagliate e quelle residue sono state ripartite in modo improduttivo. Nel 2000, anno del governo Amato, abbiamo toccato il massimo di investimenti culturali con 2499 milioni di euro. Nel 2006, alla fine del quinquennio berlusconiano 2001-2006, abbiamo toccato il fondo con 1917 milioni, leggermente incrementati (poco più di 2060) nel successivo biennio prodiano. Il fatto più grottesco è che in questi 9 anni le spese generali e per il personale sono salite, in percentuale, dal 4 al 24 per cento del bilancio del ministero, quelle per i beni culturali e paesaggistici sono scese dal 51 al 30, quelli per i beni librari e archivistici dal 17 al 16, quelli per il cinema e gli spettacoli dal vivo sono saliti dal 28 al 30. Forse è per punire lo spettacolo di questo lievissimo incremento percentuale che s'è deciso di ridurre il Fus (fondo unico per lo spettacolo) dai 450 milioni del governo Prodi a 288 milioni, con un taglio del 40 per cento. Lo spettacolo nell'ultimo biennio ha perso 150 mila giornate di lavoro. Sarà per questo che lo spiritoso Tremonti dice «La cultura non dà pane».(Un suo compagno più mascellone diceva: Se sento parlare di cultura tiro fuori la pistola). Perché non chiudiamo anche le scuole pubbliche dei nostri figli? Quest'anno hanno perso 8 miliardi (dicesi miliardi) di euro, mentre alle scuole private sono stati regalati 533 milioni, compresi i 250 circa che all'inizio erano stati tagliati: 250 è quasi l'equivalente dell'intero fondo per lo spettacolo (288), cioè cinema, teatri, circhi, concerti, danza, ecc. dove lavorano "stabilmente" oltre 250 mila persone. I finanziamenti sottratti al mondo dello spettacolo e della cultura si ripercuotono su tutta l'economia, in misura più che doppia. Il ministro dell'economia non lo sa, ma glie l'ha spiegato Corrado Passera, amministratore di Intesa San Paolo (primo gruppo italiano per investimenti nel restauro), chiudendo a Palazzo Vecchio la rassegna internazionale Florens 2010. «Ogni 100 euro di incremento di pil nel settore culturale ha specificato inoltre il presidente della confindustria fiorentina e di Florens, Giovanni Gentile attivano 249 euro di pil nel sistema economico generale, di cui 75 nell'industria. Togliere 500 milioni di euro di pil al settore culturale, equivale alla mancata attivazione di 1,2 miliardi di euro di pil nazionale: di cui 375 mila nell'industria». Così va la matematica. Stamattina gli uomini dello spettacolo saliranno dal presidente Napolitano per i Premi De Sica. Chiederanno il reintegro del Fus, la legge sullo spettacolo dal vivo, lo stop alle delocalizzazioni delle produzioni cineaudiovisive (per le quali la Rai ha perso in un anno 400 mila ore lavorative), il ripristino degli incentivi fiscali. Lo slogan è quello di sempre: la cultura è il nostro petrolio. Ma noi spesso, come a Pompei, lasciamo bruciare i pozzi, perché a governarci è l'anticultura. E l'opposizione non fa abbastanza per spiegarlo agli italiani. Federico Orlando
"La cultura non si mangia" e il governo punta la pistola
La scrittrice e giornalista Federico Orlando critica il governo italiano per le misure di taglio dei finanziamenti per la cultura. Secondo Orlando, il governo ha ridotto i finanziamenti per la cultura dal 2000 al 2008, passando da 2499 milioni di euro a 1917 milioni. Questo ha portato a una riduzione del personale e delle spese generali del ministero della cultura. Orlando sostiene che il taglio dei finanziamenti per la cultura ha avuto un impatto negativo sull'economia, poiché ogni 100 euro di incremento di PIL nel settore culturale attiva 249 euro di PIL nel sistema economico generale.
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