Il business caserme piace a Dubai Centoventi operatori in pista, dall'Oriente arriva Seasif Group Le aree militari di Bologna fanno gola a molti. E ieri, durante la giornata organizzata dall'Agenzia del Demanio per raccontare le prime tre ex caserme ( Sani, Masini, Minghetti) che il 15 dicembre andranno all'asta, è spuntato pure qualche immobiliarista che ha sede a Dubai. Caserma Sani in Santo Stefano Ma i costruttori (bolognesi e non ) già esprimono le loro perplessità: « Troppi vincoli della Soprintendenza, così è difficile progettare qualcosa: se non vengono smussati il rischio è che l'asta vada deserta». Che le ex aree militari di Bologna facciano gola a molti lo raccontava ieri il numero dei partecipanti al meeting che l'Agenzia del Demanio ha organizzato per presentare gli oggetti delle due aste (una il 15 dicembre e l'altra il 20 dicembre) che decideranno la sorte di otto caserme dismesse. Erano più di 120 gli operatori (costruttori, imprenditori, immobiliaristi, rappresentanti di gruppi finanziari) che hanno voluto rendersi conto di persona delle caratteristiche delle caserme bolognesi: italiani, la maggior parte, ma anche stranieri. Da Dubai per l'esattezza. Perché ieri, seduti nella platea dei probabili acquirenti degli spazi del Demanio, c'erano anche i rappresentanti di Seasif Group, società con fondatore e presidente italiano (Franco Favilla) con sede principale a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, ma anche lo studio «Gianni, Origoni, Grippo Partners» che spesso opera per conto di clienti stranieri. Ma il Demanio precisa che, rispetto al precedente meeting promosso ad Albenga, quello di Bologna è stato decisamente «nostrano», perché le sigle italiane del mondo delle costruzioni erano decisamente superiori numericamente: c'erano le bolognesi Acea, Ance, Ccc, Fima, Cmb, ma anche grandi gruppi nazionali come PozziTroti e Valdadige. Tutta l'attenzione ieri era rivolta ai tre pezzi forti della prima asta: la caserma Sani (base d'asta 42 milioni), la Masini (14 milioni) e l'ex teatro della Minghetti (4 milioni). Il 20 dicembre, invece, data della seconda asta si valuteranno le offerte per le altre cinque aree (l'ex polveriera Val d'Aposa, la caserma Mameli, l'ex Direzione Lavori, il Compendio Monte Paderno e la postazione Cbp San Pancrazio) che complessivamente valgono 2,5 milioni. «La dismissione ha assicurato ieri Vincenzo Capobianco della direzione Area operativa del Demanio è priva di qualunque intento speculativo, perché fondata si dall'inizio sul raggiungimento dei massimi obiettivi sociali». Al Comune di Bologna arriverà il 15 del ricavato delle vendite, ma, spiega il direttore dell'Urbanistica Giacomo Capuzzimati, «abbiamo inserito queste aree in una strategia vera di carattere urbanistico». Già scettici, però, i costruttori. Perché i vincoli posti dai Beni culturali sulle tre aree visitate ieri rischiano di mettere (e non poco) i bastoni tra le ruote. «C'è il rischio concreto dice Piero Braccaloni, architetto bolognese ieri presente come rappresentante di costruttori locali e non solo che le aste vadano deserte: i prezzi di vendita sono di due, tre anni fa, quando non era ancora scoppiata la crisi. Speriamo che la Soprintendenza si convinca che alcuni vincoli non servono e che il nuovo può superare in meglio il preesistente». Anche per il direttore dell'Ance Carmine Preziosi mette le mani avanti: «Se i vincoli sono stringenti dice diventa molto difficile fare dei progetti e rendere la superficie commerciabile. È una sfida progettuale, ma bisognerà trovare un equilibrio economico che i limiti attuali rendono difficile: l'importante è non interrompere il dialogo con Comune e Soprintendenza».
BOLOGNA - Le aree militari di Bologna fanno gola a molti.
L'Agenzia del Demanio ha organizzato un meeting per presentare le ex caserme di Bologna che andranno all'asta il 15 e il 20 dicembre. Più di 120 operatori, tra costruttori, imprenditori e immobiliaristi, hanno partecipato. I tre pezzi forti della prima asta sono la caserma Sani, la Masini e l'ex teatro della Minghetti. I costruttori sono scettici sui vincoli posti dai Beni culturali che potrebbero mettere in difficoltà la vendita. L'Agenzia del Demanio precisa che la dismissione è fondata sul raggiungimento dei massimi obiettivi sociali e che il ricavato arriverà al Comune di Bologna.
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