Oggi presenta il libr Dario Fo sale in cattedra e scompiglia le carte, smantellando certezze e sollecitando nuove domande. Prendendo di mira questa volta il mondo dellarte, come chiarirà oggi alle 16.30 alla Cappella Farnese di Palazzo dAccursio (ingresso gratuito) quando parlerà del suo libro «Giotto o non Giotto», ospite della rassegna «LAutore e il suo libro», a cura dei Musei civici darte antica. «Il libro entra in un antico contenzioso su chi fu lautore degli affreschi di Assisi - spiega Fo -. Da anni si è deciso che si debbano attribuire a Giotto mettendo da parte la tesi che possano essere di mano di Pietro Cavallini e dello stesso Cimabue. Ho approfittato di inchieste scientifiche prodotte dal restauratore Bruno Zanardi che escluse il nome di Giotto e approfondendo le ricerche, vedendo come sono stati eseguiti gli affreschi o come sono le figure nella loro progressione, si può indicare che le opere siano state eseguite da artisti romani come Cavallini». Giudizi da esperto, ricordando che Fo è uscito dallAccademia di Belle Arti e che non ha mai abbandonato la pittura. Ma a guidarlo è il suo spirito critico con cui guarda e valuta la cultura, come la società e la politica del nostro paese. «Uscendo dallAccademia ho capito come funzionava il mercato. Se si decide che bisogna dar credito a Giotto, altri grandi autori come Cavallini scompaiono. Questo libro è parte di una collana che comprende 11 "casi", opere con cui vorrei aprire gli occhi alla gente». Ma con la gente Dario Fo parla anche di politica e sollecitato si spinge a commentare lo stato di salute di Bologna, della sinistra e della cultura. «Bologna sta vivendo lo stesso disastro che affligge lItalia. Con questo discutere se fare le primarie, come farle. Con il pericolo per la direzione del Pd che vincano persone che stanno ai margini, come è successo con Vendola e ora a Milano. Ma il discorso è che la base chiede che si smetta di fare inciuci. Ogni giorno sono sorpreso di scoprire che dietro ad ogni decisione ci si trovi a soffrire la presenza di dirigenti. Bisogna che la smettano di dirsi di sinistra e non lo sono». E la politica culturale?. «Cè una dicotomia tra quello che sono i desideri della base e gli interessi di chi ha potere. Nel caso della cultura poi cè una forte disattenzione da parte dei dirigenti. Anche 40 anni fa cerano conflitti ma la forza della cultura dentro al partito era grande».