Quando un monumento, una chiesa o un sito archeologico vengono iscritti nell'albo dei patrimoni dell'umanità, accade spesso che alcuni umani ritengano (equivocando) di potersene portare a casa qualche frammento. Nella disastrata Pompei, per esempio, due giornalisti hanno dimostrato che è facile impossessarsi delle tessere di parecchi mosaici antichi. Il che, oggi, è scandaloso. Ma non è del tutto nuovo, se è vero (ed è verissimo) che nei pavimenti di numerose ville romane, laziali e campane sono incastonati molti mosaici pregevolissimi, rubati o privatizzati. All'inizio del secolo scorso circolavano molte stampe satiriche dove i turisti venivano effigiati nell'atto di trafugare capitelli, statue e addirittura la Torre di Pisa. Le sensibilità collettive eo istituzionali, evidentemente, sono cambiate in meglio. Nei secoli bui come in quelli splendenti era del tutto normale costruire chiese romaniche sopra i templi imperiali. E soltanto qualche innocua pasquinata sbeffeggiava l'arroganza dei principi abituati a usare il Colosseo come cava per i loro palazzi. In tempi più recenti, è ben noto che il mitico lord Elgin trasferì a Londra i fregi del Partenone, e che l'altrettanto mitico Axel Munthe tappezzò la sua villa anacaprese di reperti tiberiani, senza che nessuno osasse rimbrottarlo. Insomma: sono stati bravissimi i giornalisti che, a scopo dimostrativo, hanno rubato (e restituito) qualche mosaico di Pompei. Ma c'è di più, e posso darne testimonianza. Nella mia parrocchia (Santa Maria del Popolo, Roma) i ladri hanno asportato un bel numero di fregi bronzei dalle tombe che giacciono sul pavimento: gigli e unicorni, teschi e motti araldici. Lavoro arduo, in un luogo chiuso e (si suppone) sorvegliato. Se consideriamo gli ampi spazi, ecco l'altra testimonianza. Nella seconda metà degli anni Settanta ero a Bangkok, in attesa di entrare in Cambogia per raccontare le imprese di Pol Pot e dei suoi khmer rossi Nel frattempo frequentavo ambasciate e andavo a cena. Così incontrai un colto italiano che mi propose un affare: «Io le garantisco una scorta armata fino ad Angkor Wat (tempio cambogiano patrimonio dell'Umanità), e lei mi porta a Bangkok una dozzina di teste delle statue. A tagliarle ci penseranno i miei uomini. Ok?». Lo mandai al diavolo e lui si giustificò raccontandomi che, durante la guerra del Vietnam, un giornalista britannico aveva svaligiato il museo di Hué, l'antica capitale. Oggi ci indignano anche i miserabili vandalismi, i busti decapitati al Pincio, i piselli marmorei scalpellati dai fanatici puritani, gli sfregi e le minute ruberie quotidiane. Che fare, in un paese come l'Italia, dove ogni angolo ospita reliquie più o meno preziose? Sorvegliare è indispensabile, ma non possiamo schierare poliziotti davanti a ogni rudere, a ogni parrocchia. Senza fatalismi e senza qualunquismi, bisogna considerare che il problema della tutela è vastissimo. Nei giorni scorsi, dopo il crollo della domus pompeiana, abbiamo letto le denunce di innumerevoli massacri perpetrati contro il nostro patrimonio artistico. È utile intervenire con le associazioni come il Fai o come Italia Nostra. Sarebbe urgente sollecitare l'aiuto degli sponsor ed evitare i restauri sciagurati. Ma è obbligatorio, innanzitutto, che ogni autorità locale faccia il proprio dovere, pena sanzioni severissime. E bisogna sollecitare subito una mobilitazione dei cittadini, in difesa di tesori che appartengono a tutti. Davanti allo sfacelo antico e cronico, è stolto lapidare il solito feticcio dello stato assente. Ed è ingeneroso pretendere le dimissioni di un ministro squattrinato e in carica da due anni. Le rovine, a Pompei e altrove, rovineranno ancora, se continueremo a contemplarle con occhiali ottenebrati dalle fuliggini politiche.
Senza sponsor privati il patrimonio si sfalda
Un articolo di giornale discute la questione della tutela del patrimonio artistico e archeologico. I ladri continuano a rubare reperti da siti come Pompei, chiese e monumenti, spesso senza essere puniti. L'autore ricorda che questo fenomeno non è nuovo, ma che le sensibilità collettive sono cambiate nel corso dei secoli. Nei secoli bui, era normale rubare reperti da siti storici, ma oggi è considerato un reato grave. L'autore racconta di aver visto ladri rubare reperti da una chiesa romana e di aver incontrato un colto italiano che gli propose di rubare teste di statue in Cambogia. L'autore rifiuta l'offerta e critica i vandalismi e le ruberie quotidiane.
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