LA LINEA SOTTILE Crepe che feriscono preziosi affreschi o che si insinuano tra ordinarie, domestiche pareti. Crepe delicate come le prime rughe vezzose di una bella donna o profonde come canyon che hanno scavato impietosamente il tufo secolare dei muri di spina. Crepe crudelmente orizzontali, oppure minacciosamente oblique, a ricordare improvvise frenesie ondulatorie e sussultorie della Madre Terra. Sono trentanni che ho imparato a prendere in considerazione quei segni di instabile condizione urbana. Credo che nulla potrà più distogliermi dalla involontaria ma irrinunciabile ricognizione. Il 23 novembre 1980, alle 19.35, la domenica si avviava, come sempre, alla conclusione. Avevo poco più della metà degli anni che ho adesso. A quellora la domenica non è più la stessa del mattino. La sera della giornata festiva è la definitiva conclusione di piccole attese ed è ritorno a ciò che per ognuno è consuetudine. Il Recanatese lo sapeva già due secoli fa e ha dedicato alla umile dolcezza delle conclusioni festive uno dei "Canti" più belli, "La sera del dì di festa". Il lento esaurirsi della domenica è fatto di attimi pigri, di frammenti di residuo divertimento, di incombenze alle quali ci apprestiamo nuovamente a far fronte. In fondo è rassicurante. Ci prepara ad altri sei giorni di vita ordinaria, una tregua per rielaborare il nuovo ciclo del tempo dellattesa. Quasi ci culla in un intervallo delle aspettative che si protrae, piacevolmente monotono, per dare senso allesistenza. Non fu così quella domenica, al termine dello scuotimento al quale la Madre Terra decise di sottoporre la stratificazione urbanistica della città e le case di ciottoli dei "presepi" dellAppennino studiati da Manlio Rossi-Doria. Lasciai la casa di Capodimonte nella quale il terremoto mi aveva comunicato la sua forza e ridiscesi via Santa Teresa per raggiungere via Foria. Non faceva ancora freddo e una nebbiolina quasi tiepida era calata sulla città, per quelle situazioni climatiche che tengono ancora a distanza linverno, senza lasciare tuttavia spazio a illusioni primaverili o estive. Gruppi impauriti di esseri umani sostavano, in un silenzio spettrale, dove sembrava che la distanza dai cornicioni delle case fosse sufficiente a evitare le conseguenze di possibili, nuovi crolli. Via Santa Teresa era silenziosa e, ogni tanto, una voce mi chiedeva notizie del luogo dal quale provenivo, come se, improvvisamente, la città si fosse dilatata in uno spazio immenso e i quartieri trasformati in territori tra loro lontani, da racconti di Jonathan Swift. Ho attraversato le strade come se mi fossero diventate sconosciute, per un destino che si era compiuto nellarco di una manciata di secondi. Ho visto la città come un reduce che torna dopo una lunga e dolente assenza, timoroso per le rivelazioni che il ritorno gli riserva. Avevamo vissuto unintera guerra condensata nel nucleo di quei pochi frammenti temporali, crudeli come tutto ciò che non consente neppure di rendersi conto degli esiti di una tragedia. Da bambino ho ascoltato i racconti degli adulti che dividevano le loro vite facendo riferimento a ciò che era accaduto "prima" e "dopo" la guerra. Ho imparato anchio a dividere la mia vicenda umana nelle due fasi separate nettamente dal muro invalicabile di quei secondi, come spesso capita a chi ha vissuto tragedie che hanno indelebilmente segnato la vita collettiva. Il 23 novembre 1980, come già era accaduto ad altri prima di me per le improvvise e inaspettate cesure che la storia impone, la giovinezza mi abbandonò definitivamente. Di questa memoria devono essere portatori quelli che hanno avuto la visione della città sofferente, ferita nelle sue pietre e nella sua anima. Perché il terremoto non si trasformi in uno degli innumerevoli stereotipi che i drammi della città hanno partorito, a confermare lindolenza e la continuità del potere. Napoli è una delle città del mondo dove la guerra, forse, non è mai finita. Le sue crepe invocano ancora di essere risanate. Nelle calviniane "Città invisibili", dialogando con Kublai Kan, Marco Polo dice: «Le città credono dessere opera della mente o del caso, ma né luna né laltro bastano a tener su le loro mura. Duna città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda». Ma è anche linverso. Nella replica carica di disincanto, Kublai Kan costringe linterlocutore alla difficile riflessione perché, afferma, è la città a porre domande «come Tebe per bocca della Sfinge», obbligando alla risposta. Partenope, Città-Sfinge, attende ancora risposta dai suoi abitanti e dai viaggiatori che la cercano.