Quei novanta secondi cambiarono fisionomia sociale e sviluppo della metropoli e della provincia Ventimila alloggi centomila sfollati enclave criminali nei Comuni a ridosso del capoluogo Vide con i suoi occhi il «fungo» delledificio risucchiato dal crollo. Il terremoto. «Ho fatto un volo di sei metri su una montagna di macerie, ditemi che non sono morto», implorò quel testimone. Veniva da via Stadera, dove esplose lunica nuvola napoletana di polvere e sangue. E di sepolti vivi. Con 52 morti e un intero palazzo sbriciolato nel cuore di Poggioreale, la capitale del Sud pagava il suo contributo di lutto e dolore al sisma dellIrpinia, ma si preparava a versarne soprattutto un altro. Un prezzo più collettivo, profondo, diluito nel tempo. «Lo chiamammo il "terremoto freddo", quello vissuto da Napoli e dallarea metropolitana. Quello delle diecimila famiglie sfollate, degli interi quartieri da sgomberare, di una folla di senzatetto che sistemammo ovunque, e di unemergenza abitativa mostruosa. Che doveva risolversi in una lunga opera di risanamento e costruzione», racconta oggi Andrea Geremicca, lex deputato e plenipotenziario del Pci napoletano chiamato a ricoprire il ruolo di assessore comunale allEdilizia nella giunta guidata da Maurizio Valenzi. Il Comune restava quasi sempre aperto di notte. Eppure quei novanta secondi in cui la terra ruggì furono sufficienti a deviare la fisionomia sociale e lo sviluppo geo-politico di unintera popolosa provincia, hinterland compreso. A consegnare il business della ricostruzione nelle mani della camorra e ai bilanci dei suoi nascenti colletti bianchi. Ad alimentare le tragiche velleità delle Brigate rosse. E a confezionare per troppe generazioni successive le periferie delle esclusioni, i luoghi del degrado non più sanabile. Che fagocitarono buona parte dei 55 mila miliardi di lire a cui arrivò la lievitazione delle risorse. Se oggi, trentanni dopo, un urbanista dovesse indicare a uno studente tracce di quel 23 novembre del 1980 nellarea metropolitana di Napoli, dovrebbe prenotare un viaggio nel post terremoto delle vite degli altri. Quello che venne battezzato come "Piano Napoli", poi trasformato in legge 219. La catastrofe che doveva diventare occasione per colmare la fame abitativa di Napoli. E che invece creò le cattedrali del disagio cronicizzato. Ventimila alloggi, oltre centomila vani, che dopo tre decenni restano leredità più pesante. Autentiche bombe sociali piantate, come una cintura di kamikaze, tutte intorno ai bordi di Napoli e degli altri 17 Comuni che le facevano da via di fuga cementizia. Sono nati, allora, i mostri di oggi. Taverna del Ferro, il bronx di Napoli. Rione Salicelle, girone infernale di Afragola. Parco Verde, a Caivano, il quartiere con la più alta densità di malavita minorile. La "219" di Melito, succursale dello spaccio degli scissionisti a Scampia. E così via, fino alle cronache di questi giorni, con le palazzine del "Piano Napoli" di Boscoreale che forniscono rabbia sociale alla rivolta di Terzigno. «Che cosa non ha funzionato? Intanto non avevamo strumenti urbanistici definiti, oggi diremmo integrati, se non i Piani di edilizia di zona, che ci dicevano già in quali aree mettere le mani. Poi non avremmo dovuto aggregare solo i ceti più poveri ed emarginati. Dovevamo accompagnare questa roba con un piano di sviluppo economico, invece volemmo il maledetto e subito», sottolinea Geremicca. Allinizio oltre centocinquantamila persone furono sfollate. Centomila i vani realizzati. Oltre 13 mila alloggi a Napoli. Altri 7 mila in provincia, nei 17 Comuni della cintura periferica. Geremicca ricorda: «Ci fu il connubio drammatico tra camorra e Brigate rosse, perché nel 1981 il terrorismo napoletano si inserì nelle tematiche sociali e cercò di egemonizzare i movimenti e la paura sociale». Nellinverno 1981, il Parlamento è nel pieno del dibattito sui possibili interventi durgenza. Ma cè chi vuole sedere, potente e invisibile, a quel tavolo. Il 27 aprile 1981 in un agguato a Torre del Greco, le Brigate rosse sequestrano lassessore regionale allUrbanistica, Ciro Cirillo, e uccidono il maresciallo e lautista che lo seguivano. Il 6 maggio viene approvata alla Camera, con voto unanime, la legge 219 che finanzia gli insediamenti post terremoto. Il 3 giugno 1981, il sindaco di Napoli Valenzi delega Uberto Siola, Giuseppe Demitry e Francesco Picardi alla redazione del Piano. Il 6 giugno Siola viene sequestrato, interrogato e ferito dalle Brigate rosse a Cavalleggeri Aosta. È a questa sfida che, da Roma, il Pci risponde con luomo più forte e riconoscibile che ha sul territorio. Geremicca diventa assessore e comincia a girare con la pistola, per proteggersi dai terroristi. «Mi allenavo al poligono, portavo il giubbotto antiproiettile. Fui costretto a vivere sotto scorta per due anni, e ad accettare che anche i miei figli lo fossero». Il post terremoto, intanto, cominciava a ingoiare pezzi di vivibilità sociale. Daniela Lepore, docente di Teoria della pianificazione territoriale, spiega: «Un conto è sistemare i bipiani di San Giovanni o Ponticelli in unarea che aveva avuto una tradizione operaia. Altro è stato creare le periferie bis, insediamenti nati alla periferia delle periferia. Cioè in coda a paesoni già considerati una linea di margine. Dove nei palazzi recavano unetichetta più o meno visibile, "quella dei napoletani deportati"». Roberto Giannì, architetto, oggi capo del dipartimento Urbanistica del Comune di Napoli, era il giovane funzionario che, con Elena Camerlingo, si occupò di organizzazione, graduatorie, nodi tecnici. «Quella ricostruzione ebbe almeno due volti. Uno, assolutamente più sostenibile e integrato con lesistente, riguardò il recupero dei vecchi centri storici, da Pianura a Soccavo, da Piscinola a Taverna del Ferro. Laltro ebbe molti limiti. Furono cestinate le idee profetiche, come realizzare la metropolitana. A ogni emergenza i nuovi sfollati si sommavano a quelli del terremoto», come accadde dopo lesplosione del deposito Agip nel 1985. Giannì aggiunge che, sin dal primo giorno, mancò la manutenzione: «Aspettammo ben 5 anni per consegnare al quartiere la Villa di Taverna del Ferro e le 6 piscine che realizzammo con la 219: perché nessuno voleva prendersi questa rogna. Che si assunse la prima giunta Bassolino». Oggi, trentanni dopo, basta affacciarsi nei rioni del degrado cronicizzato per capire come ci si abitui a tutto. Sergio cominciò la sua nuova vita nel Bronx di San Giovanni a Teduccio quandera già un bambino sveglio, e subito si arrampicò sui pilastri rosso vermiglio dei nuovi, strani palazzi. Oggi ha 35 anni, è padre e non ricorda più, né gli interessa sapere «in quale via del centro cittadino vivevano i miei genitori prima del terremoto». Antimo è un manovale in pensione del rione Salicelle e in questo alveare di Afragola ha dovuto «imparare di nuovo a vivere secondo altre regole, dal primo giorno è stato un altro mondo. La cattiveria che non perdono a quel maledetto novembre è di avermi scaraventato qui dentro». Lucia, invece, è una casalinga 58enne che ha protetto la famiglia blindandosi da giovane sposa nel cuore malato del Parco Verde, a Caivano, il quartiere che conta il più alto numero di bambini criminali o vittime, e dove insistono undici piazze di spaccio, tutte nello stesso insediamento. «Mi chiudo dentro il mio appartamento - riconosce Lucia - i miei figli si sono salvati, vivono lontano da qui, di quello che succede fuori della mia porta non mi importa niente. Il Parco è quello che è, ma la casa è grande, meglio di quella che avevano i miei nonni a Forcella, e posso fare i letti per cinque nipoti». Sono le vittime bianche. Quelle del terremoto freddo, ma non indolore, di Napoli.