Lo spettacolo si ferma "Dovete ascoltarci o si rischia la rivolta" Ieri lo sciopero del settore: proteste da Milano a Bari. Fermi i set. Scarsa adesione nelle sale A Roma durante lassemblea qualche fischio per i sindacati: "Datate le rivendicazioni" Ci sono film che rischiano di sparire senza soldi e sono quelli più critici verso la società ROMA - Fermi i set di Habemus papam di Nanni Moretti e Natale in Sudafrica con Christian De sica, Manuale damore 3 e Un medico in famiglia 7. Chiuso il sipario sulle prove alla Scala e sbarrato il Piccolo Teatro di Milano. Adesioni dal Carlo Felice di Genova, dal Petruzzelli di Bari, dal Regio di Torino, allOpera di Roma, a Cinecittà. Meno adesioni nelle sale cinematografiche delle città italiane. Ieri, per tutto il giorno, si sono spenti i riflettori sui palcoscenici, per accendere un faro sulla più grave crisi dello Spettacolo italiano. Uno sciopero generale contro i tagli del governo a risorse e occupazione che ha coinvolto attori, registi, musicisti, maestranze, con la benedizione di esercenti, produttori e distributori. Dopo loccupazione del "tappeto rosso" al Festival del cinema di Roma, ieri la protesta è diventata sciopero generale di categoria, indetto dalle principali sigle sindacali. Una manifestazione di grande impatto, anche se, rispetto a set e teatri, il fronte delle sale cinematografiche non ha dato buoni segnali di adesione. Il ministro della cultura Sandro Bondi, che molti vorrebbero dimissionario, ha detto di comprendere le proteste che «nonostante certe strumentalizzazioni politiche pongono problemi reali». Liniziativa principale, e più riuscita, è stata a Roma, alla multisala Adriano. Tra le duemila persone accorse, Ettore Scola, Paolo Sorrentino, Ennio Fantastichini, Massimo Ghini, Giulio Scarpati, Giorgio Tirabassi, Valerio Mastandrea, Marco Tullio Giordana, Giovanni Veronesi. Non tutti rappresentanti sindacali o iscritti. Qualche fischio, anzi, ha accolto gli interventi dei sindacati. «Ci aspettavamo proposte concrete, ci siamo trovati davanti a troppi proclami generici», dice Lorenzo DAmico di 100Autori, lassociazione che ha dato il via alle proteste. «Il sindacato deve capire che il mercato dellaudiovisivo è tra i più evoluti, non può essere affrontato con logiche contrattuali ferme agli anni 70», sottolinea lo sceneggiatore Andrea Purgatori. Al di là delle divisioni interne, è comune il fronte contro un governo che, per Mimmo Calopresti, «è alla resta dei conti, se nega il rinnovo alle agevolazioni fiscali, tax credit e tax shelter, rischia la rivolta». Polemico Angelo Barbagallo, vicepresidente dellAnica: «Il ministro Brunetta ancora oggi ha detto che il mondo dello spettacolo non fa parte della cultura. Forse è quasi più importante non far dire queste cose al ministro che rinnovare il tax credit». Dice il regista del Divo Paolo Sorrentino: «Keynes, un intellettuale che dovrebbe essere caro a questo governo, diceva: "Non cè niente di male nello sbagliarsi di tanto in tanto, specialmente se ti scoprono subito". Ecco, non ci sarebbe proprio nulla di male se ci dicessero che si sono sbagliati a debilitare la cultura. Anche perché lunica immagine che resta di una paese nel tempo è solo ed esclusivamente la sua forza culturale». Adesioni compatte e illustri anche a Milano, dove uno Stéphane Lissner inedito si è presentato alla Camera del Lavoro al convegno della Cgil, su "La cultura bene comune". Il sovrintendente della Scala ha tenuto un intervento accorato sulla situazione del suo teatro e della cultura in generale. «I privati possono migliorare la situazione, ma mai sostituirsi allo Stato. Nel 2009 la Scala ha ricevuto dallo Stato come contributi 37 milioni di euro e ne ha pagati 39 di tasse. Non siamo parassiti. Non solo. Un Paese che non ha la possibilità di dare cultura ai cittadini è un Paese malato. Alla vigilia delle celebrazioni per i 150 anni, è paradossale che lItalia non rispetti quei valori che la rendono unica» . Poco prima, il direttore del Piccolo Teatro, Sergio Escobar aveva definito vergognoso latteggiamento di uno Stato che considera "una seccatura" la Costituzione e uno dei suoi articoli fondanti, larticolo 9 che parla di cultura: «È un linguaggio volgare». Ha poi ricordato che rispetto al 1985 la somma destinata al Fus si è ridotta a un terzo, cosa che «cancella il diritto-dovere dei gestori di assumersi la responsabilità del loro lavoro». Mentre Toni Servillo ha ricordato il rischio che molti teatri chiudano, ha sollecitato lo Stato a fare la sua parte. E avverte: «Il rischio è che molti teatri chiudano».
Bondi: problemi reali. Ma pochi i cinema chiusi
Lo sciopero generale del settore spettacolo è iniziato ieri, con proteste in diverse città italiane, tra cui Milano, Bari, Roma e Torino. I lavoratori del settore, tra cui attori, registi, musicisti e maestranze, hanno chiesto il rinnovo delle agevolazioni fiscali e tax credit, che il governo ha deciso di abolire. La protesta è stata organizzata dalle principali sigle sindacali e ha coinvolto anche esercenti, produttori e distributori. A Roma, la protesta è stata più intensa, con una manifestazione di oltre 2.000 persone, tra cui alcuni dei più importanti registi e attori italiani.
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