Un triangolo nel segno della classicità quello fra Atene, Londra e Napoli. Una di quelle traiettorie che solo la Storia con i suoi imprevedibili disegni riesce a tracciare, a partire dal tempio simbolo dell'antichità, quel Partenone archetipo dello stile dorico, voluto da Pericle nel V secolo a.C. in seguito alla distruzione persiana di un precedente edificio consacrato alla dea Atena. Il fregio I calchi del fregio lungo la cella interna del tempio che conservava la statua crisoelefantina di Atena Le metope Una metopa raffigurante una scena di Centauromachia, originariamente collocata sulla trabeazione e intervallata ai triglifi Il frontone Un gruppo plastico di due divinità vestite, i cui originali erano collocati nel frontone orientale all'interno del timpano Quel capolavoro assoluto dell'arte di ogni tempo fu frutto della sapienza dell'architetto Ictino a sua volta prosecutore di un precedente progetto del collega Callicrate. E se a tutti è nota la divisione di cotanto patrimonio fra la capitale greca e quella britannica ad Atene il tempio e alcune sculture nel museo dell'Acropoli, a Londra (con qualche testimonianza conservata anche al Louvre di Parigi e al Museo di Copenaghen) metope, fregi e statue dal frontone est, realizzate o supervisionate dallo scultore Fidia non tutti sanno di questo terzo polo partenopeo. Quelle stesse opere plastiche, infatti, da questa mattina alle 11, saranno in mostra in via permanente nella neonata Aula Magna dell'Accademia di Belle Arti di Napoli. Sulle pareti di questo spazio fortemente voluto dal presidente Sergio Sciarelli e dal direttore Giovanna Cassese, sono state sistemate le 33 lastre della celebre processione panatenaica. Ovviamente non si tratta di originali ma di calchi in gesso di epoca neoclassica, rimessi completamente a nuovo dopo otto anni di studio e di lavoro condotti nel tempo da ben 70 allievi coordinati da Augusto Giuffredi, docente di restauro nel prestigioso istituto napoletano fondato da Carlo III nel 1752. L'importanza storica di questo ciclo risiede nell'origine della donazione giunta a Napoli nel 1820 in seguito all'omaggio che re Giorgio IV d'Inghilterra volle fare a Ferdinando I di Borbone, in seguito alla straordinaria attenzione che nel resto d'Europa c'era per Napoli e per il suo territorio in seguito ai ritrovamenti archeologici a cavallo fra Sette e Ottocento. Che facevano il paio con i marmi che in quegli stessi anni Lord Elgin portava in Inghilterra da Atene esponendoli poi al British Museum. E dai quali furono ricavati i calchi napoletani che tranne tre formelle del fregio, provenienti direttamente da Atene sono il frutto della ferma volontà dello scultore neoclassico per antonomasia, il celebre Antonio Canova, che intendeva arricchire l'Accademia di Belle Arti di quegli archetipi scultorei indispensabili alla formazione degli artisti del futuro. E quindi, grazie proprio a Canova, è così possibile ammirare ancora oggi le quattro metope ad altorilievo, che provengono dal lato sud del tempio (il solo dove si sono conservate) raffiguranti scene della Centauromachia; il fregio, a bassorilievo, con la Processione delle Panatenaiche, composto da formelle che mostrano una scena continua; e i due gruppi scultorei, quasi a tutto tondo, che rappresentano gruppi di dei e dee. «Dal loro arrivo a Napoli nel 1820», spiega Giovanna Cassese, «i calchi fidiaci sono stati montati e smontati più volte e alcuni di queste movimentazioni hanno lasciato tracce sui calchi. Un primo allestimento dovette essere a Palazzo degli Studi (l'attuale Museo Nazionale), forse appoggiando le lastre su mensole di legno. Un secondo allestimento (probabilmente quando l'Accademia si era già trasferita nell'attuale sede, l'antico convento di San Giovanni delle Monache restaurato da Enrico Alvino), ha previsto l'ancoraggio delle lastre tramite chiodi con testa a vista; i fori furono poi stuccati dopo la rimozione. Più tardi, lastre e metope furono allestite una terza volta, in un'aula dove attualmente è situato il Teatro dell'Accademia, tramite zanche al di sopra del rilievo». La procedura seguita per i restauri ha avuto una forte valenza didattica. Per ogni pezzo è stata redatta una scheda con i dati identificativi, soggetto, dimensioni, numeri di inventario nonché le osservazioni inerenti le tecniche di formatura adottate grazie a rilievi grafici delle tracce lasciate dai tasselli sul calco. All'inaugurazione di questa mattina parteciperanno Giorgio Bruno Civello, Direttore Generale Miur-Afam, Stefano Gizzi, sovrintendente ai beni architettonici di Napoli e Provincia, Carlo Stefano Salerno, responsabile del Laboratorio stucchi e gessi dell'Istituto centrale della conservazione e del restauro, Mario Guderzo, direttore del Museo Canova di Possagno, Dieter Mertenz, già direttore dell'Istituto Archeologico Germanico e Augusto Giuffredi, docente di restauro della stessa Accademia di Napoli.