Firenze, poker d'assi alla Biennale Il giorno delle conclusioni è anche quello dei bilanci. E a tirare le somme, al di là dell'organizzazione di Florens che dà i numeri (15 mila presenze per 150 eventi), è lo stesso presidente di Confindustria (e dell'iniziativa) Giovanni Gentile, che ieri ha chiuso la prima edizione della Davos della cultura con una lista di proposte, tredici, quattro delle quali riguardano Firenze. Gentile ha fatto anche un appello alle aziende e all'Università. L'intervento di Corrado Paassera: «Cultura motore di sviluppo». Il giorno delle conclusioni è anche quello dei bilanci. E a tirare le somme, al di là dell'organizzazione di Florens che dà i numeri (15 mila presenze per 150 eventi), è lo stesso presidente di Confindustria (e dell'iniziativa) Giovanni Gentile, che ieri ha chiuso la prima edizione della Davos della cultura con una lista di proposte, tredici, quattro delle quali riguardano Firenze. L'agenda è densa e visto che il prossimo appuntamento è fra due anni, a Florens 2012, non resta che aspettare sperando che qualcosa, se non tutto, vada in porto. Ed eccoli i tredici punti, venuti fuori da questa settimana e predisposti con il contributo del centro studi Ambrosetti che ha redatto l'indagine sul Florens index (l'indice che permette di misurare la virtuosità di ciascun territorio nello stornare investimenti per valorizzare i beni culturali e la conseguente capacità di produrre ricchezza). Per ovvie ragioni partiremo da quelli che riguardano Firenze più da vicino, città che per Gentile e tutto il team di Florens dovrebbe candidarsi a diventare la capitale mondiale della digitalizzazione dei beni culturali «facendo un accordo con l'Università di Firenze, con il distretto tecnologico dei Beni culturali e con il Micc (Media Integration and Communication Center) del professor Alberto De Bimbo». Non basta, il presidente di Confindustria candida Firenze a diventare la sede di un grande centro di formazione per il management culturale, e anche in questo caso cerca una sponda nell'Università. Poi chiede alle imprese di «fare rete» per favorire lo sviluppo e la nascita della Golden Economy (quella virtuosa gestione dell'economia che dovrebbe creare ricchezza dai beni culturali). Infine tocca un punto che è destinato a far discutere: «La valorizzazione del brand Firenze passa anche dall'incentivazione dei prestiti delle nostre opere d'arte nel mondo, e in questo senso, penso ai capolavori come l'Annunciazione di Leonardo, ma anche ai nostri manufatti frutto del lavoro di artigiani, designer, stilisti)». Da qui alla lista delle cose dare fare in campo nazionale il passo è breve, e le cose da fare sono quelle più volte ripetute in questi giorni: defiscalizzare gli investimenti dei privati nel comparto cultura, investire sul marketing, trasformare i grandi musei in fondazioni, creare un database in cui confluiscano i modelli di gestione di queste fondazioni, attrarre più bambini e famiglie nei musei, potenziare la formazione in campo artistico e culturale, istituire un riconoscimento per i «mestieri d'arte» in via d'estinzione, favorire la collaborazione tra pubblico e privato. Un tema, questo, che ha trovato sostegno in Corrado Passera, consigliere delegato e Ceo di Intesa San Paolo, sponsor di Florens, che è intervenuto ieri a Palazzo Vecchio. «I beni culturali ha detto Passera sono un vantaggio competitivo per l'Italia che non sappiamo sfruttare. Di più sono un motore di sviluppo che l'Italia può giocarsi nel mondo». Poi la steccata ai politici: «Una lunga serie di governi di ogni colore ha tagliato i fondi in questa settore, non avendo il coraggio e la saggezza di guardare in prospettiva a lungo termine. Sarebbe bene che lo Stato investisse più soldi soprattutto sulla tutela, per la quale servono soprintendenze più attrezzate, e che per la valorizzazione si sperimentassero nuove forme societarie come fondazioni e società di scopo per valorizzare in questo ambito anche il ruolo imprenditoriale». Per dare forza a questo ragionamento Intesa San Paolo presenterà il restauro del tabernacolo del Beato Angelico a San Marco già a marzo prossimo. Il modello è quello sperimentato in altri Paesi del mondo, Stati Uniti in testa, più volte evocati in questa maratona fiorentina dei beni culturali che ha invitato in città 33 delegazioni stranieri. L'esperienza d'oltre confine è stata d'altro canto più volte presa a modello da vari attori di questa settimana. Il primo è stato l'assessore Giuliano da Empoli che proprio ieri, nel suo intervento di chiusura ha detto: «Firenze, dovrebbe diventare come la Vienna dell'inizio del secolo scorso: in piena fase di decadenza dell'impero austroungarico ha prodotto figure di intellettuali come Schnitzler, Klimt, Freud». Non solo Vienna però. Lorenzo Bini Smaghi, presidente della Fondazione Palazzo Strozzi e membro del comitato esecutivo della Banca centrale europea, ha commissionato una ricerca in cui Firenze prende amodello non solo lo sviluppo di Vienna, ma anche quello di Praga e soprattutto di Barcellona. Per finire con il presidente dei giovani industriali Gabriele Poli che si è fatto promotore di un bando per la realizzazione di un nuovo marchio per Firenze. Modello? Neanche a dirlo, New York.